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Paolo Leon. Indimenticato, indimenticabile


-di GIORGIO BENVENUTO-

Oggi il Dipartimento di Economia dell’Università Roma Tre ha organizzato una giornata di studio per ricordare Paolo Leon a quasi un anno dalla scomparsa; il coordinamento sarà curato prof. Marco Causi mentre il prof. Leonello Tronti curerà il dibattito del pomeriggio

Di seguito riportiamo l’intervento di Giorgio Benvenuto

Fabbrica Aperta è una rivista bimestrale, edita da Marsilio fondata nel dicembre del 1974 da Paolo Leon, con Aldo Canale direttore responsabile, Giorgio Benvenuto, Luigi Covatta, Piero Craveri, Vincenzo Mattina e Maurizio Ricci.

La rivista nasceva dall’impulso e con il sostegno di alcuni compagni della sinistra sindacale ed economica per fornire contributi alla definizione e alla elaborazione della lotta economica e sociale dell’Alternativa socialista.

Scriveva nella presentazione della rivista Paolo Leon: “L’unica cosa che sappiamo di questa Alternativa è che manca totalmente una ipotesi chiara che prefiguri i modi e i programmi di una politica di transizione ad una società socialista”.

In una fase piena di rischi e di opportunità come era quella dei primi anni settanta (dopo il fallimento del centrosinistra la scelta era tra il compromesso storico o l’alternativa di sinistra) c’era bisogno di mettere ordine tra informazioni, dati e proposte.

Paolo Leon aveva l’ansia da noi largamente condivisa di pubblicare materiali “usufruibili politicamente”. Un po’ di lavoro di manovalanza politica non guastava. Di intellettuali, osservava con la sua pungente ironia, che dopo aver detto di essere al servizio della classe operaia, parlano a suo nome servendosi di astrusi laboratori ideologici, crediamo di averne le tasche piene”.

Con Paolo Leon, economista apprezzato nel partito socialista, stimato da Riccardo Lombardi, ho lavorato assieme, fianco a fianco, prima, quando ero segretario generale della Flm con Bruno Trentin e Franco Bentivogli, poi, quando sono diventato segretario generale della Uil.

Con Paolo si cementò in quegli anni un forte rapporto di amicizia, di stima, di affetto.

La rivista Fabbrica Aperta crebbe subito in diffusione e in autorevolezza. Divenne per merito di Aldo Canale e di Paolo Leon una fucina di idee e di proposte. Una sede nella quale si incontrava il meglio delle elaborazione economica e sociale della sinistra. Tra i collaboratori c’erano tra gli altri Salvatore Biasco, Ruggero Orfei, Federico Mancini, Domenico De Masi, Gino Giugni, Massimo Bordini, Massimo Teodori, Paolo Garonna, Piero Bizzarri, Giuseppe Tamburrano, Giuseppe Pignatelli.

I saggi elaborati da Paolo Leon per la rivista Fabbrica Aperta mantengono tuttora una straordinaria attualità. La crescita della sinistra aveva raggiunto il suo massimo sviluppo con il centrosinistra, con l’autunno caldo, con le grandi battaglie civili e sociali degli anni ‘60/’70. Straordinarie erano state le conseguenze politiche. Ci furono nei primi anni settanta tre risultati elettorali eclatanti. Nel 1974, la vittoria del referendum sul divorzio; nel 1975 la clamorosa avanzata della sinistra nelle elezioni amministrative con la costituzione di molte giunte di sinistra; nel 1976 la sinistra si avvicinò al 50% dei voti nelle elezioni politiche.

L’Italia chiedeva anzi voleva il cambiamento. La sinistra non fu all’altezza della situazione. La politica dell’Alternativa alla Dc venne prima abbandonata, poi negata, poi addirittura rinnegata.

Prevalse la scelta del compromesso storico.

Manca ancora oggi una analisi di quegli anni. Non c’è stata sinora una riflessione serena, completa, obiettiva di quello che avvenne. Gli anni bui e terribili del terrorismo hanno oscurato, anzi cancellato i tentativi generosi che vennero fatti per modernizzare il Paese.

La Federazione Cgil, Cisl e Uil e i partiti dell’arco costituzionale con il ruolo determinante del Pci hanno il merito di essere stati decisivi nella lotta al terrorismo. Ma tutti hanno mancato l’occasione, per l’ansia di legittimarsi con i poteri forti di completare ed attuare le riforme abbozzate nel centrosinistra.

Leggendo gli scritti di Paolo in quegli anni su Fabbrica Aperta si può apprezzare il valore delle proposte che la sinistra sociale e sindacale sosteneva per il Paese.

Non c’è nei saggi di Paolo Leon massimalismo, velleitarismo, pressapochismo. Tutt’altro. C’è una analisi serena, obiettiva, precisa. C’è lucidità di pensiero. C’è una visione moderna degli sviluppi dell’economia e della finanza al servizio della piena occupazione.

Ci sono soprattutto idee, proposte, progetti. Una sinistra che Paolo Leon immaginava e descriveva attenta agli sviluppi della tecnologia, consapevole del valore della formazione e della preparazione professionale, interessata alla valorizzazione dell’ambiente, custode della dignità e dei diritti delle persone.

Paolo Leon denunciava, già nel 1975, la inesistenza di una precisa politica economica nella strategia del compromesso storico.

Nel 1976 dopo le elezioni al monocolore di Andreotti appoggiato dai partiti della sinistra con le astensioni in Parlamento, Paolo Leon indicava come linea politica economica possibile e necessaria quella della piena occupazione.

La proposta veniva argomentata e lanciata il 10-11 settembre 1976 in un convegno “La sinistra italiana e il patto sociale” aperto da una relazione di Paolo Leon (La piena occupazione per uno sbocco in senso socialista della crisi economica) concluso da Riccardo Lombardi.

Paolo Leon affermava: “Tra tante condizioni una è principale: l’omogeneità delle forze politiche intorno ad una politica economica di sinistra. O, al minimo, l’omogeneità tra il Pci e il Psi. Invece ciascuno di loro per proprie motivazioni, sta riducendo a banalità i contenuti dell’azione riformatrice; c’è una corsa alla “politique d’abord”, alla giustificazione sovrastrutturale a tutto danno dei programmi”.

Paolo Leon tornava più volte sull’argomento soffermandosi sulle incertezze e gli errori della sinistra. Sono stati tanti i saggi che contraddistinguono la sua attività alla fine degli anni settanta. Mancò l’ascolto. Ci fu spesso irritazione. Dal Governo delle Astensioni si passò, dopo il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, ad un governo monocolore ancora guidato da Andreotti che ottenne la fiducia anche dal Psi e dal Pci. Nel 1979 si interruppe la legislatura. Nelle elezioni politiche di quell’anno la sinistra arretrò e nel 1980 dopo il terremoto dell’Irpinia la politica del compromesso storico venne definitivamente accantonata.

Era prevedibile. Paolo Leon già nel 1976 aveva osservato “Mi sembra che in questi primi mesi di vita del governo delle astensioni di Andreotti la sinistra abbia dimostrato che non è in grado di governare. In fondo, quando noi diciamo che la situazione è grave, diciamo che non è grave soltanto la situazione economica, ma che è grave anche la situazione della sinistra. Come si è comportata di fronte alle scelte del governo Andreotti? Anzitutto ha accettato il disegno generale, per cui alla sinistra va benissimo che il sindacato perda il potere contrattuale: e questo è stupido. Ed ancora più stupida è la difesa che si fa di questa situazione. Si dice che non ci sono alternative: ma questo è ancora più stupido perché ciò significa che la sinistra non solo non sa governare, ma non vuole governare: perché quando non si hanno alternative è logico che continui a stare al governo chi c’è già. Questo è quello che in fondo ha poi raffreddato l’entusiasmo nel popolo della sinistra. Il cinismo ha avuto vita favorevolissima in questi mesi, mentre l’entusiasmo è stato tarpato in modo terribile”.

Paolo Leon non ha mai rinunziato alla sua azione di stimolo. Ogni critica è stata accompagnata da proposte, da suggestioni, da idee.

Non si è mai rassegnato. Non si è mai dato per vinto. Con testardaggine, con dedizione, con passione si è battuto per la politica dell’alternativa. L’ha sviluppata durante il compromesso storico, negli anni di Craxi, nella seconda repubblica.

Paolo Leon non è mai stato un conformista. Mai un opportunista. È sempre stato coerente. È stato il capofila principale nella elaborazione della politica economica della sinistra. È per questo che ha pagato spesso prezzi “politici”. Non ha avuto i riconoscimenti che meritava. Non è stato un intellettuale organico. Molti hanno pensato che fosse un economista eretico. Un isolato. Un perdente. Ma non è così. Gli scenari che descriveva, le riforme che auspicava, le alleanze che proponeva, l’attenzione che riservava all’autonomia e all’unità del sindacato hanno oggi nel mondo della globalizzazione e della finanziarizzazione, una straordinaria attualità. Certo in un Paese come il nostro ove spesso prevale il conformismo la colpa maggiore è quella di antevedere il futuro. È una colpa grave per gli opportunisti. Ma è un merito. Grande. Immenso per chi come Paolo, non ha mai pensato alla sua carriera ma si è occupato sempre dei lavoratori, dei giovani, dei più poveri

Ecco perché penso che non è stato mai un eretico. Eretici erano semmai gli altri, quelli che pensano solo a se stessi.

Paolo è sempre rimasto un compagno fedele ai suoi ideali.

Indimenticato e indimenticabile.

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