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Per tornare a essere veramente il Bel Paese


 

-di DONATELLA LUCENTE-

Lo Sfascio del Belpaese. Beni culturali e paesaggio da Berlusconi a Renzi” è stato presentato ieri a Roma nel salone della Federazione Nazionale della Stampa Italiana. Sono intervenuti, con l’autore, Vittorio Emiliani, Paolo Berdini, urbanista e saggista, Paolo Liverani, archeologo, docente all’Università di Firenze e Sergio Rizzo, giornalista e scrittore.

Il dibattito si è tramutato in un omaggio alla memoria del lavoro di quanti, all’interno e all’esterno del ministero per i Beni Culturali e Ambientali hanno operato per l’attuazione dell’articolo 9: La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Inevitabili le critiche alle amministrazioni centrali, regionali e periferiche. Ad esse tocca tutelare i beni culturali e paesaggistici: l’accusa minima che hanno ricevuto è stata di assenza ingiustificata. Stampa e televisioni non sono state esentate da critiche, salvo alcune eccezioni citate da Emiliani.

L’espressione “Il bel paese”, utilizzata in positivo da Petrarca e Dante, finita sull’etichetta del formaggino per i più piccini, in ultimo diventata nell’immaginario collettivo espressione critica, epicedio ironico della bellezza sfiorita e rimpianta, deturpata dai saccheggi delle città d’arte, dall’accerchiamento invasivo delle aree archeologiche, dalla cementificazione di coste e campagne, dall’avvelenamento per scarichi e fumi di città, hinterland, fiumi laghi e mari, è sulla copertina del libro, parola unica e ironica, visto il termine che la precede. Emiliani denuncia l’Italia devastata da leggi che privilegiano interessi particolari e non generali, ripercorrendo la cronaca politica e del malaffare degli ultimi venti anni, dal primo governo Berlusconi al governo Renzi, con gli intervalli interessanti ma purtroppo non decisivi dei governi dell’Ulivo.

L’analisi va nel profondo: ricostruisce fatti, mette in fila cifre, richiama notizie che diventano di per sé polemica. Tanti sono i triboli inflitti, soprattutto dal 1994, alla tutela dell’immensa Bellezza, a parole sempre declamata, nei fatti sempre offesa. Basti ricordare che le risorse finanziarie per la sua difesa ed esaltazione, già insufficienti, nel primo decennio del terzo millennio sono risultate dimezzate.

Muovendo da quei contenuti del libro, Berdini, nel dibattito, ha sottolineato l’autorevolezza dello scritto di Emiliani, dovuta a due caratteristiche fondamentali. Il libro spiega le cause che hanno dato vita, negli ultimi venticinque anni, a provvedimenti scellerati, con i tagli previsti dalle riforme Franceschini/Madia. Si è puntato, sbagliando secondo l’oratore, alla netta scissione fra valorizzazione e tutela, al punto che si parla soltanto della prima e la seconda è sparita dal lessico ministeriale e governativo. Un’autentica cesura culturale, con nessun tentativo di rinnovare il sistema della tutela, l’accanimento contro il sistema delle sopraintendenze ministeriali, l’edilizia di pura speculazione galoppante per ogni dove, senza nessuna strategia di governo.

Il libro declina anche il percorso per uscire dalla presente situazione, ricomponendo il filo della tutela che si è spezzato. L’Italia, dicono insieme Emiliani e Berdini, non è destinata alla dissoluzione, e ciò che non si è fatto negli ultimi quindici anni, può essere ancora fatto.

Berdini ha richiamato le tre azioni che Emiliani indica nel suo contributo:

  • ricostruire il corpo legislativo nel rispetto della Costituzione, dando vita all’applicazione dell’art.9;

  • fermare i tagli, partendo dall’azzeramento della legge Franceschini (tagli di spesa nei Beni Culturali, dal 2009 al 2011, 1miliardo 403milioni);

  • smettere di costruire, concentrandosi sulla ristrutturazione dell’esistente.

Da citare anche l’intervento di Liverani, partito dall’affermazione polemica che il patrimonio culturale viene inteso come una macchina per fare i soldi, mentre è una macchina per fare i cittadini. Denunciata la demolizione delle capacità di intervento dello stato nei beni culturali, e lo smontaggio dei programmi per la tutela dell’ambiente. Evidenziato l’attacco generalizzato alla cultura, intesa come spreco di risorse. Criticata la riforma, sbagliata sotto il profilo tecnico e incapace di far di conto sino a generare drammatici danni patrimoniali. Lo scioglimento della guardia forestale e l’impreparazione del corpo dei carabinieri a subentrare per espletare le loro mansioni specialistiche, ne fornisce esemplificazione.

Nell’analisi di Liverani, si prospetta un futuro duro, di lotta, centrato sul recupero del livello strategico atto a cambiare le strutture. Il libro dell’autore potrebbe fornirne il punto di partenza, in quanto fornisce la visione olistica per capirne le prospettive e valutarne le conseguenze. Sotto il profilo tattico occorre, però, capire dove si annidano i meccanismi e gli interessi che non vogliono il cambiamento e che vanno contrastati.

Rizzo, nel suo contributo al dibattito, ha affermato che la latitanza di governi e comuni nella tutela dei beni culturali, sia dovuta alla stupidità ormai profusa in tutta Italia, che non poteva risparmiare un settore importante come quello dei beni culturali.

Si dimentica, ha rilevato Rizzo, che qualunque macchina va alimentata attraverso la tutela, e la tutela deve farla lo stato e deve farla bene.

Rizzo ha citato, a sostegno del suo argomento, esempi e passaggi del libro di Emiliani come la nomina da parte del ministro Bondi alla direzione dei musei statali italiani del manager Resca, ex amministratore delegato di McDonald’s.

In una delle sue prime interviste, il manager non si sarebbe peritato di dichiarare che:

  • quando ha preso in mano la catena multinazionale di ristorazione ignorava tutto del settore ma che questo non gli aveva impedito di rilanciare la vendita di hamburger e patate fritte;

  • ignorava tutto delle gestioni museali;

  • intendeva far “rendere” i musei italiani.

Fra hamburger e musei, ha aggiunto Rizzo, il nostro non vedeva differenza. Da lì il nostro precipitare in pieno fast food museale e culturale, misconoscendo che i maggiori musei britannici sono gratuiti, che il Metropolitan Museum di New York e il Louvre di Parigi non fruttano alcun profitto, ma ricevono quote più che consistenti di denaro pubblico per chiudere in pareggio i bilanci.

Il libro di Emiliani, ha sottolineato giustamente Rizzo, protesta vibratamente contro la deriva consumistica e commerciale che fa dell’insieme dei nostri preziosi, spesso unici, beni culturali e paesaggistici soltanto una merce da sfruttare, vendere, consumare.

Qualche considerazione, in margine alla lettura del libro e all’ascolto del dibattito che lo ha commentato. A dispetto del cinismo col quale è camuffato l’amor di patria, l’Italia rimane il paese davvero bello, visto che gli avi ci hanno consegnato città con centri storici dall’armonia insuperabile e la natura antropizzata dall’eleganza unica al mondo. E’ deleterio che chi ricopre cariche di governo nazionale, regionale, locale, dopo aver giurato fedeltà alla costituzione, metta la sordina alle questioni ambientali, curando la soddisfazione dei propri appetiti finanziari.

Con Emiliani, va affermato che non sono ammesse ambiguità, che occorre battere i pugni sul tavolo, combattere e vincere la battaglia politica, civile e culturale in difesa della nostra cultura e della nostra bellezza. Fortunatamente per l’Italia, ci sono cittadini, donne e uomini di cultura, associazioni e fondazioni, che già fanno la loro parte, quotidianamente, per farci tutti uscire dall’emergenza culturale.

Vittorio Emiliani: “Lo sfascio del Belpaese. Beni culturali e paesaggio da Berlusconi a Renzi”, Edizioni Solfanelli, pp. 200, euro 15,00

 

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