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Tap e Fronte del “no”: non tutti i tubi sono uguali


 

di FEDERICO MARCANGELI-

Quando si realizzano grandi opere, il sacrificio dell’ambiente è quasi inevitabile”. A parlare così era Michele Emiliano all’inaugurazione dell’acquedotto del Sinni, la dorsale ionico-salentina della rete pugliese. La condotta corre per circa 37Km ed ha un diametro di 1.4 metri. Ovviamente l’inserimento del terreno di questa struttura non è avvenuto per volontà divina, ma sbancando migliaia di metri cubi di terreno ed espiantando 2500 ulivi. Le piante sono state eradicate, incubate ed infine riposizionate nelle precise posizioni di estrazione. Una procedura che non danneggia gli alberi poiché non li isola dal loro humus, ma li mantiene sempre nelle migliori condizioni di vita.
I lavori sono avvenuti senza picchetti e senza organizzazioni “No Acquedotto” sul piede di guerra. Situazione alquanto differente rispetto all’avvio delle operazioni per il TAP (Trans-Adriatic Pipeline/Gasdotto Trans-Adriatico). In questo caso pare che l’espianto ed il reimpianto di 211 ulivi sia un affronto all’ambiente, assolutamente inaccettabile per i comitati dei cittadini. Prima di esporre le principali ragioni del fronte del “No” occorre tracciare un quadro complessivo di quest’opera e della situazione energetica attuale europea (almeno per il gas).
L’Europa riceve approvvigionamenti di gas da 3 principali fonti: Russia, Norvegia ed in piccola parte dal Nord Africa. Considerando lo scenario geopolitico attuale, solo la seconda fonte può essere considerata estranea a particolari oscillazioni o “neutra” (cioè che non renda l’Unione suscettibile a ricatti o pesanti pressioni politiche).
Il Trans-Atlantic Pipeline vuole creare un nuovo corridoio di approvvigionamento che porti il gas Azero del Mar Caspio (allacciandosi alla rete turca), passando da varie nazioni: Georgia, Grecia, Albania e Italia.
I finanziatori del progetto (e proprietari) sono: l’italiana Snam (20%), l’inglese BP (20%), l’azera SOCAR (20%), la belga Fluxys (19%), la spagnola Enagás (16%) e la svizzera Axpo (5%). L’obiettivo è quello di aumentare la concorrenza sul mercato (diminuendo sul lungo periodo i costi) e diminuire il peso dellala possibile leva ricattatoria Putiniana sull’Europa.
Nel territorio italiano la tubazione entrerà a 10 metri di profondità e sarà larga 90 cm, diventando visibile in superficie a circa 10 km dalla costa. Secondo i comitati del “No” questo causerebbe un notevole impatto ambientale, inaccettabile. Anche la regione ha addotto le sue osservazioni chiedendo di spostare di 30 km l’opera, allontanandola dalla zona turistica. L’aspetto curioso è che lo stesso Emiliano ha dichiarato a Rainews
: “Bisognerebbe parlare degli errori di progettazione che sono stati fatti e dei quali non si parla mai. Il Tap ne ha commessi talmente tanti nell’iter che è dovuta intervenire la Snam, per correggere l’infinita serie di sbagli fatti e che sono l’unica ragione di ritardo nella realizzazione delle opere. Noi non abbiamo ancora la sicurezza che il ministero dell’Ambiente li autorizzi a fare i lavori dove li hanno cominciati, perché i difetti di progettazione del micro tunnel sono talmente gravi che la Valutazione d’impatto ambientale è ancora in corso”. Viste queste apparenti certezze del presidente (che sembra aver analizzato tecnicamente il progetto), mi chiedo come sia possibile che la posizione della Regione non sia negativa rispetto all’opera, ma semplicemente chieda di spostare di 30km l’allaccio della tubazione sulla terraferma.
Questa volontà di rinegoziare il progetto è stata formalizzata lunedì dalla Puglia, attraverso un ricorso al TAR del Lazio (contro l’atto del Ministero della salute che autorizzava gli espianti). In via cautelare le operazioni di eradicazione sono state quindi sospese, in attesa di una risposta definitiva del tribunale amministrativo (che arriverà il 19 Aprile).
I tratti di questa vicenda sono molto complessi e tracciare una valutazione oggettiva è complicato. Studiare ed analizzare 40 miliardi di progetto appare un’operazione quantomai ardua, soprattutto considerando le valutazioni tecniche non alla portata di tutti. Proprio per questo, pur rispettando le posizioni di tutti, le spiegazioni semplicistiche di Emiliano e dei “No” mi appaiono abbastanza deboli (visto anche il precedente entusiasmo per l’acquedotto, un’opera di sicuro maggior impatto ambientale). Si ostacola un’opera non tanto per la sua sostanza, quanto perché non si percepisce un beneficio diretto da essa (come invece per l’acquedotto). Un tentativo di difendere il proprio orticello senza capire che i potenziali benefici collettivi ricadranno anche sull’area interessata.

 

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