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Energia, perché il mercato tutelato non è un privilegio


-di GIANMARIO MOCERA-

La notizia vola veloce di bocca in bocca… c’è un ripensamento del Governo Gentiloni in merito alla chiusura del mercato tutelato dell’energia: previsto per giugno 2018, è slittato di un altro anno, quindi a giugno 2019. Gli utenti del mercato unico, che rappresentano ben il 70% di quello energetico generale al consumo, possono stare sereni…

Cos’è successo? Qual è la motivazione di questo ripensamento? Siamo già intervenuti sul blog sull’argomento, ma vale la pena ritornarci. Bersani, nel 1999 Ministro dell’industria del Governo Prodi, si esercitò nella famosa “lenzuolata di liberalizzazioni”, tutte di grande importanza per l’economia e le tasche dei consumatori. Le novità erano numerose e per quanto riguarda il settore energetico veniva sancita la fine del monopolio incontrastato di Enel ed Eni creando così le premesse per consentire ad altri venditori di affacciarsi sul mercato.

Era evidente a tutti, anche a Bersani, che per liberalizzare effettivamente il mercato bisognava ricorrere a interventi di stimolo della concorrenza, ad esempio come quello rappresentato da una quota direttamente prelevata dalle bollette e messa a disposizione delle società che avessero voluto cimentarsi con questa nuova scommessa commerciale..

In questi anni le società di vendita sono cresciute a dismisura: l’Autorità Garante dell’Energia, del Gas e del Sistema Idrico ne ha censito la bellezza di 335.

In che cosa consiste l’attività di vendita? Il venditore di energia che scegliamo ha solo il compito di ricevere dal fornitore di energia (può anche non essere lo stesso che ci fa la fatturazione dei consumi), la lettura del contatore. Perciò chi emette la fattura non è necessariamente lo stesso soggetto che legge il contatore!

È un mercato libero ma tra opportune virgolette. In realtà, libero, non è e non può esserlo nelle attuali condizioni.

Le 335 società di vendita comprano l’energia da chi la produce o da chi l’acquista in grandi quantità per poi immetterla subito nella rete elettrica. Chi sono i produttori? Enel, Edison, Eni, A2A e pochi altri; producono energia con le centrali termiche, alimentate con il gas dell’Eni, con i sistemi idroelettrici e di smaltimento dei rifiuti; negli ultimi anni anni è diventata un fonte di energia di considerevole rilevanza quantitativa anche quella prodotta con i sistemi fotovoltaici ed eolici.

Come si fa a liberalizzare il mercato a valle se quello a monte è detenuto da un oligopolio? I prezzi del mercato all’ingrosso sono fortemente condizionati da questo sistema e se Enel controlla già più del 50% del mercato dei clienti domestici, a quanto ammonta la sua fetta di torta relativa alla vendita all’ingrosso? La cifra è rilevante, ma è anche naturale che sia cosi: Enel, nata negli anni Sessanta con il “vento” che portò alla nascita del primo governo di centro-sinistra organico, aveva il compito di portare la corrente elettrica agli italiani da Palermo ad Aosta; era Enel che possedeva tutti gli impianti di produzione ed è inevitabile che oggi Enel, in un mercato finto libero, abbia una posizione di dominante rafforzata, peraltro, dal fatto che ENI, unico fornitore di gas naturale in Italia, è di proprietà dello stesso “Padrone” di Enel, ovvero la Cassa Depositi e Prestiti, cioè lo Stato.

È evidente che in queste condizioni per i venditori concorrenti non c’è corsa: anche se la destinazione di una quota, prelevata attraverso le bollette ha messo in moto un interessante volano, le cose non hanno funzionato e i margini di guadagno, per gli altri venditori sono molto limitati.

La contraddizione è la crescita rapida dei nuovi venditori, favorita dalla chimera della liberalizzazione che se fosse stata reale avrebbe potuto garantire ai consumatori rilevanti risparmi.

C’è però un altro importante motivo che impedisce la liberalizzazione del servizio: è l’Acquirente unico, l’agenzia nata per tutelare i consumatori e governare il periodo di transizione. L’Acquirente Unico ha il compito di comprare energia elettrica per tutti quelli che dopo la liberalizzazione non hanno aderito al mercato libero, cioè non hanno mai firmato uno dei tanti contratti che le nuove e vecchie società di vendita hanno promosso (e proposto).

In questi anni di liberalizzazioni un po’ rabberciate, gli italiani non si sono fidati di aderire al sistema libero e hanno fatto bene perché il costo dell’energia al mercato libero è risultato maggiore di quello che si praticava sul mercato tutelato. E non poteva essere altrimenti.

Faccio un esempio per capirci meglio: negli ultimi anni sono nate iniziative dal “basso” che hanno visto associazioni, gruppi di acquisto, più o meno solidali, mettersi insieme per comprare direttamente l’energia dalla Rete Elettrica, superando l’intermediazione commerciale delle stesse società di vendita. La ratio di questa strategia di acquisto era chiara: se io compro all’ingrosso avrò un costo minore e il beneficio derivante sarà distribuito fra a chi ha partecipato al gruppo.

Faccio questo esempio solo per spiegare che se un piccolo gruppo d’acquisto può in questo modo risparmiare cifre interessanti, figuratevi cosa può fare in termini di riduzione dei costi l’Acquirente Unico che raccoglie il 70 % delle utenze domestiche e le cui decisioni le società di vendita sono obbligate a rispettare. Decide il cliente il venditore a cui rivolgersi, decide il cliente se farsi distribuire l’energia dal mercato tutelato o dal mercato “libero”.

L’Italia, paese di navigatori, scienziati, santi, inventori eccetera eccetera, riesce, però, a sorprendere chiunque; si fanno delle riforme e poi ci si ferma a metà del guado. Fortunatamente il grido d’allarme soprattutto delle associazioni dei consumatori e anche dell’Autorità Garante è arrivato alla fine anche al Governo che l’ha raccolto disponendo lo slittamento della chiusura del mercato tutelato.

Nella mia mente si è fatta spazio la convinzione che le regole in un sistema sono fondamentali ma quando parliamo di concorrenza si deve sapere che sulla pista ci sono competitor leali e sleali e in questo caso non tutti partono all’altezza dello stesso nastro, un paio sono molto più avanti rispetto agli altri 333.

Caro Gentiloni e prossimi inquilini di Palazzo Chigi lasciateci il mercato tutelato perché la tutela non è figlia di un privilegio ma solo del fatto che l’acquirente principale di energia all’ingrosso ne acquista talmente tanta che può decidere anche il prezzo praticato da tutti gli altri sebbene nei limiti e nelle regole di uno stato di diritto. Naturalmente in attesa di un vero mercato libero che nel rispetto dei diritti di chi lavora sia capace di generare risparmi sulla bolletta degli utenti.

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1 Commento su Energia, perché il mercato tutelato non è un privilegio

  1. Quello che nessuno vi racconta del gas fossile in Italia e della inutilità del Tap e Poseidon.
    Il TAP ci costa 40 milioni di tonn.di CO2 e con il raddoppio arriviamo a 30 miliardi di m.3 che equivalgono a 80 milioni di tonn che incrementano i 120.000 morti da fuel fossili ed i 66.000 morti solo per colpa PM10 e VOCs.Ma i cretini del Tap vogliono piu’ morti per una infrastruttura non prioritaria,inutile,spreco da 600 miliardi e mortale.Mi vergogno che 2 Ministri Calenda e Galletti chiamino la polizia contro chi non vuole che l’energia sia delocalizzata all’estero e non in Italia.Vergogna al Vice Bellanova,chiamata l’Attila fossile di Lecce.Ecco alcuni dati utili a capire.Il MISE si bacchetta da solo perchè richiama i call center in Italia ed invece sull’energia dice importiamo ancora di piu’ del fossile caro e dannoso per la salute.
    -Consumo Italiano di gas fossile in Italia: 70 miliardi di m.3
    -Se aggiungiamo gli 8 miliardi del rigassificatore di Rovigo importiamo 78-80 miliardi di m.3 che equivalgono ad oltre 220 milioni di tonn.di CO2.Solo degli incompetenti possono sostenere che il gas fossile importato non comporta problemi di salute.
    -possiamo sostituire 100 miliardi di m.3 di gas fossile importato a caro prezzo?
    -Si,benissimo tramite il power to gas che deriva dall’idroelettrico acqua e mare in pompaggio.Caffese ha redatto un piano energia acqua che si articola in 5 piano multiregionali che costano 45 miliardi in 10 anni.In pratica 20 regioni dovrebbero investire 200 milioni all’anno per 10 anni,chiedendo un prestito alla BEI.
    -quanta energia idroelettrica in pompaggio abbinata ad altre rinnovabili ci vogliono?.Considerando che 1 miliardo di m.3 di gas equivale a 10,5 TWh,piu’ o meno ci vogliono 1000 TWh in Italia.
    -Caffese nel suo piano da 45 miliardi ha predisposto 480 TWh di idroelettrico ma possiamo arrivare a 840 TWh ed arrivare a 1000 TWh con 160 TWh di solare,vento,biomasse,energia del mare.
    -se il Governo rifacesse calcoli seri nella SEN Energia,vedrebbe che il TAP sono infrastrutture inutili ed è possibile una moratoria definitiva di trivellazioni,rigassificatori,airgun,nuovi gasdotti,stoccaggi non economici tipo batterie e bilanciamenti con centrali gas senza piu’ reniezioni e stoccaggi gas
    in Padania che è dimostrato innescare terremoti.
    -basta quello calcolo Tap e Poseidon ci costano 600 miliardi in 30 anni in bolletta,mentre il piano power to renewable metano apporta 125 miliardi di ricavi annui che fanno 3750 miliardi di ricavi in Italia,che rimangono in Italia e non sono sprechi di valuta estera per importare.Poi il dato sull’occupazione.80 miliardi di import annuo fossile ci costa una disoccupazione di 20.000 posti per gni miliardo importato,significa 1,6 milioni di posti in meno in Italia.Ecco perchè importare fossile e fare il TAP deprime l’incremento annuo del PIL.Macron 4.0 l’ha capito benissimo,ma Calenda e Galletti no.

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