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Sul giudice supremo Trump rischia la crisi istituzionale


 

-di DONATELLA LUCENTE-

Il senato degli Stati Uniti viene messo dal presidente Trump, per la seconda volta in pochi mesi, di fronte alla necessità di dover violare regole consolidate. Accadde a febbraio con la scelta del ministro della Pubblica Istruzione, quando venne confermata la repubblicana di 59 anni, Betsy DeVos. L’aula si era divisa a metà con 50 voti a favore e 50 contro. A spostare l’ago della bilancia fu il vicepresidente Mike Pence, formalmente presidente del senato, che assicurò la nomina della miliardaria paladina delle scuole private. Per la prima volta nella storia americana il vicepresidente confermò un ministro, di fatto violando un principio costituzionale basilare: la separazione dei poteri tra esecutivo e legislativo.

Per la cronaca la candida Betsy che, oltre ad essere creazionista è favorevole ad armare i ragazzi che frequentano le scuole americane, richiesta in hearing istituzionale di delucidare il suo pensiero sulla seconda questione, aveva risposto: “Durante le lezioni, in aula potrebbe presentarsi all’improvviso un grizzly …” provocando le risa collettive degli interlocutori.

Si va ripetendo una situazione simile per la nomina a giudice supremo a vita dell’ultraconservatore Neil Gorsuch: la scelta compete al presidente, ma necessita del consenso del senato.

In gioco non è nemmeno l’alterazione della composizione della corte, in quanto Gorsuch prenderebbe il posto di un altro conservatore, il giudice italoamericano Antonin Scalia scomparso. Anche l’italoamericano, scelto da Ronald Reagan nel 1986, non è che scherzasse in quanto a rigidità e appiattimento sulla Carta costituzionale. Era però un lucido e autorevolissimo costituzionalista, tanto da meritare in più di un’occasione il consenso bipartisan. Impossibile che si diano dette condizioni nel caso di Neil Gorsuch.

La situazione è previsto si definisca entro giovedì 6. Per ora si registra il sì della commissione Giustizia del Senato, ma è in plenaria che si deciderà, e lì è garantita baruffa grossa, visto che i repubblicani, per evitare il filibustering (l’ostruzionismo attraverso montagne di emendamenti) dei democratici, garantiscono di attivare la cosiddetta opzione “nucleare”, ovvero il voto a maggioranza semplice.

Sotto il profilo della tecnica parlamentare, la questione è così riassumibile.

L’ostruzionismo, come sappiamo bene in Italia, è pratica parlamentare che da un lato assicura i diritti della minoranza, dall’altro impedisce all’organo della rappresentanza popolare di funzionare. Il senato americano rappresenta gli stati, ma tant’è, la situazione non cambia. Con i 41 voti disponibili, i democratici sono in grado di allungare il dibattito e impedire ogni nomina presidenziale, visto che, in quei casi, la maggioranza qualificata prevista è di almeno 60 senatori.

Proprio l’allora maggioranza democratica, nel novembre 2013, per salvaguardare le nomine decise dal presidente Barack Obama che trovavano sistematico ostruzionismo pregiudiziale nei repubblicani estremi del Tea Party, fece passare l’emendamento dell’opzione nucleare teso a rendere sufficiente la maggioranza semplice per l’assenso del senato. Non si dimentichi che la politica negli Stati Uniti vive di prassi e di innovazione alla prassi, molto più di quanto possa essere immaginabile da noi, dove i regolamenti parlamentari tendono a occuparsi anche de minimis.

In politica è vecchia come il cucco la regola del “chi la fa l’aspetti!”. Adesso tocca ai repubblicani invocare l’opzione nucleare. Ad onor del vero va detto che i tea party avevano accumulato in pochi anni quasi la metà di tutti i dinieghi dati dal senato alle nomine presidenziali dei precedenti 65 anni; e aggiunto che i democratici esclusero che il “nucleare” valesse per le nomine alla Corte Suprema, sia perché su quelle c’era il dettato costituzionale, sia perché si trattava di maggioranza qualificata riguardante un organo di estrema delicatezza istituzionale, con numero ristretto di membri (9) da sempre selezionati nel rispetto dell’evoluzione delle variegate componenti della società americana.

Contro la scelta del leader repubblicano al senato Mitch McConnell, il senatore John Cornyn, whip (frusta) della maggioranza al senato, impegnato su politiche bipartisan fin da quando sedeva nel senato del suo stato d’origine, il Texas, ha commentato: sarà “la fine del senato come lo conosciamo.” .

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1 Commento su Sul giudice supremo Trump rischia la crisi istituzionale

  1. Vito Marchiani // 5 aprile 2017 alle 8:55 // Rispondi

    Analisi parziale e faziosa!
    1 gli USA non sono l’Italia, il filibustering non viene usato!
    2 il primo ad rompere il principio del “goes nuclear ” è stato Obama nel 2013, come hai ricordato, però per come lo presenti, quella anche senza il filibustering, fu un’opzione positiva, mentre la prossima sarebbe assolutamente negativa. Ma come ragioni? E poi non è vero che è un dettato costituzionale, Precedentemente c’è stata anche maggioranza semplice. Comunque è prerogativa dei regolamenti interni del Senato.

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