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Boldini, l’uomo che dipingeva la “Belle époque”

Jpeg

-di FEDERICA PAGLIARINI-

Giovanni Boldini è uno dei protagonisti dell’arte a cavallo tra Ottocento e Novecento, in cui la fase storica della “belle epoque” spicca in modo incontrovertibile. Sì, perché nelle sue tele sembra di trovarsi proprio in quei salotti di alta borghesia parigina che tanto lo affascinarono. Un’arte che definirei sublime, precisa e fedele alla realtà. Al Complesso del Vittoriano di Roma, dal 4 marzo 2017 fino al 16 luglio, si potranno ammirare 160 opere, non solo di Boldini. Saranno infatti esposti quadri di pittori a lui coevi, molti dei quali conobbe al “Caffè Michelangelo” durante il soggiorno a Firenze, quando studiò all’Accademia di Belle Arti. Sto parlando di Telemaco Signorini e Giuseppe de Nittis, per citarne solo alcuni. Sarà proprio qui, nella capitale fiorentina, che il pittore si innamorerà dei salotti dell’alta borghesia. Sarà ospite della famiglia inglese dei Falconer, per cui decorerà con la tecnica della tempera a stucco, le pareti della saletta della loro villa pistoiese, chiamata “La Falconiera” tra il 1867 e il 1870.

Appena si nomina Giovanni Boldini, compare subito l’associazione a Parigi. Sarà infatti il suo soggiorno più lungo e prolifico. Lui è italiano, precisamente di Ferrara, nato nel 1842. Probabilmente si interessa alla pittura grazie al padre Antonio, pittore e restauratore. Era vicino alla corrente dei “puristi”, coloro che volevano riportare in auge l’arte del Trecento e Quattrocento, partendo da Cimabue per arrivare a Raffaello. Nella città natale seguì i corsi di pittura di Girolamo Domenichini e del 1855 è il suo primo quadro: “Il cortile della casa paterna”.

La sua arte si ispira molto a quella dei “macchiaioli”, ma non mancano rimandi evidenti al mondo impressionista, soprattutto nelle prime opere. I “macchiaioli” erano tra l’altro attivi a Firenze proprio nella seconda metà dell’Ottocento ed è qui che li conobbe per trarne ispirazione. Sostenevano che l’immagine vista dal vero è un contrasto di macchie, colore e chiaroscuro. Il termine “macchiaioli” è evidentemente dispregiativo, dato che questi pittori si distaccavano dall’arte accademica e di ambito purista. Vicina a questa corrente è un piccolo quadretto della sua prima fase pittorica che vede una donna, seduta su una panchina con in braccio il suo cagnolino. Oltre all’evidente richiamo al quotidiano, chiara è la lezione dei “macchiaioli”, infatti macchie di colore si uniscono a pennellate veloci ma nello stesso tempo precise.

Nel 1871 si trasferisce a Parigi e qui avremo i quadri più belli di tutta la sua attività pittorica. Fu qui che la passione per i salotti dell’alta aristocrazia ebbe il suo apice. Realizzò i ritratti delle donne più in vista del tempo. Tutte splendide, giovani e riccamente vestite. I vestiti sono proprio un altro elemento da non trascurare nell’arte di Boldini. Sono resi con un dettaglio precisissimo; le trame, i ricami e i particolari sembrano veri, quasi uscire dal quadro stesso. Si può considerare un testimone importantissimo per la moda del tempo. Chi più di lui ha rappresentato la moda di fine Ottocento e inizio Novecento? Per fare un esempio, come non rimanere affascinati dal bellissimo ritratto di “Mademoliselle de Nemidoff”? Il formato spiccatamente verticale della tela, evidenzia la figura slanciata della donna che quasi si pavoneggia davanti ai suoi osservatori. Il vestito nero, lungo, elegantissimo rende subito chiara la classe sociale della donna. Un altro esempio è la bellissima “Donna con l’ombrello”, anche questo di formato spiccatamente verticale. La figura svetta in tutta la sua altezza e guarda un punto al di fuori del quadro. Porta nella mano destra un ombrellino che sembra essere stato ripreso dall’arte giapponese. Interessante è il fatto che Boldini non dipingeva mai le sue modelle in posa statica, al contrario era solito farle camminare mentre le ritraeva. Il risultato sarebbe stato così più dinamico.

In mostra anche il ritratto di Giuseppe Verdi, realizzato nel 1886 che rifece ben due volte. La prima utilizzando la tecnica dell’olio e la seconda con la tecnica del pastello, usata molto spesso nel Novecento (la seconda versione è quello che piacque di più all’artista). La riteneva più veloce e più adatta alle sue esigenze. Tanti sono i ritratti di donna realizzati con il pastello. Il “finish” è opaco, ma la resa è fantastica.

Interessanti anche le tele dove sembra quasi esserci una sorta di tecnica del “non -finito”. Sembrano essere quasi dei disegni preparatori, abbozzati con il pastello o la tecnica dell’acquaforte e hanno un solo particolare portato a termine, che nella maggior parte dei casi è il volto.

Vorrei soffermarmi inoltre sul suo stile che definirei quanto mai “poliedrico”. A partire dai suoi primi quadri, molto vicini ai “macchiaioli”, ma anche ad impressionisti come Degas, si passa ad uno stile più preciso, ma si arriva anche ad uno stile che chiamerei “misto”, dove alla precisione, si unisce una tecnica più veloce e istintiva con larghe campiture e getti di pennellate sulla tela che fanno apparire il dipinto a volte molto vicino ad artisti espressionisti.

Due parole sono poi da spendere per parlare del quadro più famoso della mostra: “Il ritratto di donna Franca Florio”. Boldini lo realizzò quando venne chiamato a Palermo dalla famiglia Florio. Il marito della donna, un imprenditore siciliano, voleva realizzasse il ritratto della moglie. Il pittore fece due versioni: la prima nel 1901 e la seconda nel 1924. Sappiamo che la prima non piacque al marito, molto probabilmente per l’ampia scollatura e il vestito troppo corto per la moda del tempo (arrivava sotto il ginocchio). Della prima versione, a quanto pare, non ne è rimasta traccia. La seconda però, quella esposta in mostra, è di una bellezza ed eleganza sconvolgente. A colpire è, oltre all’eleganza del vestito e degli accessori (come la lunga collana di perle che arriva quasi al ginocchio), il viso. Un volto angelico, dalla pelle bianca e i meravigliosi occhi chiari che guardano un punto indefinito alla sua destra e non direttamente gli spettatori. Il quadro è stato messo all’asta il 31 marzo dalla “casa d’aste Bonino” di Roma. Il prezzo partiva da un milione di euro. Perché si è arrivati all’asta? Il dipinto era stato comprato dalla “Società Acqua Marcia” ed era stato esposto per anni nella sala da pranzo dell’”Hotel Villa Igiea”, antica residenza dei Florio. La “Società Acqua Marcia” è però fallita ed ora stanno mettendo in vendita ogni cosa, tra cui la tela. Per adesso però lo splendido dipinto rimarrà in mostra al Vittoriano perché l’asta non si è conclusa. Nessuno ha fatto offerte e la cifra si è abbassata a 750.000€. Se ne riparlerà a fine aprile. Per l’incolumità del dipinto, è partito un hashtag #riportiamoacasafranca per riuscire a ricomprare il dipinto e farlo tornare a Palermo, sua terra natale.

Boldini morì l’11 gennaio 1931 per una broncopolmonite.

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