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Il trattato di Roma: il pericoloso “caso Orbán”


-di LAZLÓ KOVÁCS*-

Il 25 marzo 1957, sei paesi dell’Europa occidentale avviarono il processo di integrazione europea: facendo tesoro della lezione di due guerre mondiali, firmarono il trattato di Roma. Il loro obiettivo era quello di evitare ulteriori conflitti distruttivi rafforzando l’interdipendenza e accettando un sistema di valori comuni. Un elemento di questo sistema di valori è stato l’ impegno per la pace e la democrazia – due valori fortemente collegati tra loro.

Con l’istituzione della Comunità economica europea il 1 ° gennaio 1958, nuovi orizzonti si sono aperti per lo sviluppo economico e sociale del continente. Il mercato unico interno si è progressivamente sviluppato, è stato istituito un sistema giudiziario comune (sulla base di valori condivisi) e create le regole per renderlo operativo, è stato favorito l’approfondimento e l’espansione dell’integrazione. Il Trattato di Roma è stato modificato più volte da allora, ma la democrazia, la libertà, la costituzionalità e la solidarietà sono rimasti i suoi valori fondamentali.

La democrazia è stato il principio di base per l’adesione. L’ingresso di Grecia, Spagna e Portogallo ha avuto luogo solo dopo il crollo delle dittature. La trasformazione politica del 1989-1990, l’eliminazione del sistema basato sul partito unico e la creazione da parte dei governi di una democratica e costituzionale economia di mercato, erano passaggi fondamentali per rendere possibile l’ adesione dei paesi che un tempo appartenevano al blocco sovietico.

Il viaggio ungherese

Vorrei riassumere brevemente il cammino che il mio paese, l’Ungheria, ha intrapreso per aderire all’Unione. La rivoluzione dell’ottobre del 1956 fu un chiaro segnale del fatto che gli ungheresi reclamavano libertà, indipendenza e democrazia. Anche se la rivoluzione venne repressa dall’esercito sovietico, alcune piccole riforme di politica economica e culturale furono introdotte negli anni Sessanta. Agli inizi degli anni Ottanta, utilizzando le opportunità offerte dalla Conferenza di Helsinki del 1975 e dagli accordi raggiunti in quella sede, insieme alla diminuita tensione tra i due opposti sistemi politici, economici e militari, l’Ungheria ha potuto avviare una progressiva apertura verso l’Occidente democratico. Il momento più alto a livello mondiale di questa apertura è stato lo smantellamento della cortina di ferro e l’apertura del confine ungherese-austriaco avvenuta il 9 settembre 1989. Ciò consentì a oltre 60 mila cittadini della Germania dell’Est che abitavano in Ungheria di raggiungere la Repubblica federale tedesca attraversando il confine austriaco. La decisione ungherese contribuì alla caduta del Muro di Berlino e all’integrazione dei due Stati tedeschi completata nel mese di ottobre del 1990. Con queste scelte, l’Ungheria dimostrò il suo impegno per la democrazia, la libertà e la trasformazione politica, rendendo più agevole in seguito l’adesione del paese all’Unione Europea..

L’integrazione era una prospettiva così affascinante che, dopo l’adesione di nove paesi dell’Europa occidentale, le porte dell’Unione Europea si sono spalancate il 1° maggio del 2004 davanti a otto paesi dell’ex blocco sovietico e nel 2007 si sono aperte per altri due. La stragrande maggioranza della popolazione di tutti i paesi di recente integrazione era favorevole a questa adesione. Anche se in seguito è cresciuta una certa delusione nei confronti dell’Unione nella maggior parte dei nuovi stati-membri, ancora oggi la maggioranza delle popolazioni dei vari paesi resta favorevole all’appartenenza alla Ue; anche in Ungheria, dove il governo di Orbán ha condotto una campagna violenta contro l’Unione europea e i suoi leader basata su falsità. È d’altro canto un dato di fatto che nelle nazioni che per decenni hanno fatto parte del blocco sovietico, le tradizioni democratiche non hanno avuto lo stesso sviluppo che si è avuta nei sistemi politici dell’Europa occidentale.

Dopo un avvio promettente subito dopo l’ingresso nella Ue, la tensione tra l’Ungheria e l’Unione è cresciuta ed è diventata permanente con l’arrivo al potere di Orbán nel 2010. Alla vigilia delle elezioni del 2010, d’altro canto, aveva chiarito che il suo obiettivo era quello di creare un’area politica nel cuore del continente in cui un unico, grande e forte partito di governo avrebbe adottato le decisioni più importanti senza doversi sottomettere a dibattiti inutili. Questa “democrazia senza discussione” – in nome della quale Orbán ha smantellato il sistema di pesi e contrappesi, equilibri vitali per la democrazia, limitando il potere dei giudici costituzionali, l’indipendenza della magistratura e la libertà di stampa – non è conforme ai valori dell’Unione Europea.

Nel corso degli ultimi sette anni, ci sono stati diversi conflitti tra i leader di Bruxelles e il governo di Orbán. Qualsiasi critica per la violazione dei valori democratici, delle norme e delle regole da parte dell’Unione europea viene interpretato come un attacco contro la sovranità dell’Ungheria. Il governo di Orbán è stato più volte condannato dalla Commissione europea per non aver rispettato i suoi obblighi. Il Parlamento europeo ha espresso con chiarezza la sua irritazione per la violazione dei principi e dei valori fondamentali dell’Unione.

La campagna anti-immigrati di Orbán

I più gravi conflitti tra il governo di Orbán e l’Unione europea sono esplosi in seguito alla crisi dei migranti. Il governo ha rifiutato tutte le soluzioni prospettate a livello di comunità e attuato solo quelle adottate a livello nazionale. Viktor Orbán ha parlato addirittura di un rapporto di complicità tra i leader dell’Unione, il governo di Obama, György Soros, alcune ONG e i trafficanti di esseri umani. Ha accusato i politici europei che lo criticavano di tradire l’Europa e incentivare l’afflusso di massa di “migranti” musulmani, atteggiandosi così a campione dell’Europa cristiana. Diversi Stati membri dell’Unione europea si sono rifiutati di accogliere i rifugiati e di applicare il meccanismo delle quote obbligatorie. Tuttavia solo il governo di Orbán ha promosso un referendum, che per lui si è rivelato, peraltro, un fallimento. Tra gli Stati membri dell’Unione europea, solo il governo di Orbán ha cercato di accendere l’odio contro i rifugiati conducendo una campagna propagandistica attraverso manifesti pieni di false informazioni.

La leadership e le istituzioni dell’Unione europea hanno svolto un ruolo importante nell’evoluzione dell’integrazione negli ultimi anni. Tuttavia Viktor Orbán sta attaccando l’Unione europea con sempre maggiore durezza. Agli inizi di febbraio si è reso protagonista di un rozzo sfogo contro l’Unione europea in occasione della conferenza in ricordo dell’economista Sándor Lamfalussy, recentemente scomparso in Belgio, creatore della Euro e di origine ungherese. Ha sostenuto che l’Unione sta affondando e che la sua influenza nel mondo è ormai in fase calante. Il suo obiettivo è evidente: rafforzare significativamente il potere nazionale a scapito di quello comunitario. Facendo riferimento al presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ha sottolineato che l’interesse degli Stati è prevalente rispetto a quelli comuni. Ha anche elogiato gli stati illiberali – Russia, Turchia, Azerbaigian e Kazakistan – in contrapposizione alle democrazie dell’Europa occidentale. Ha anche chiarito di aver dato sostegno a quei leader e a quelle forze populiste che stanno guadagnando posizioni elettorali in alcuni degli Stati membri occidentali. Ha ripetuto queste affermazioni pochi giorni dopo a Bruxelles, durante un evento co-ospitato dalla József Antall Foundation e la Fondazione Konrad Adenauer.

Sin dalla firma del Trattato di Roma, sessant’anni fa, l’integrazione europea ha svolto un ruolo determinante nel mantenimento della pace e nel rafforzamento dello sviluppo economico e sociale degli Stati che vi hanno aderito, nel consolidamento della democrazia e dei principi costituzionali e nella soluzione delle sfide regionali e globali del continente. La continuazione di questo processo non è solo nell’interesse degli Stati membri, ma dell’Europa intera e del mondo nel suo complesso. Ma per raggiungere questo obiettivo, è essenziale che i sostenitori della democrazia rimangano uniti e che i politici e i partiti populisti vengano smascherati e isolati. I governi degli Stati membri devono smetterla di pensare che il successo nel proprio paese sia il prodotto soltanto delle iniziative e delle scelte nazionali attribuendo, al contempo, alle istituzioni della Ue la responsabilità delle difficoltà che incontrano sul loro cammino. In tale contesto, è necessario migliorare la la comunicazione tra la Commissione europea e gli stati membri. Questo è l’obiettivo che i socialisti si sono posti in Ungheria.

*Postato il 17 marzo 2017 su “The Progressive Post”, Magazine della Feps (www.progressivepost.eu)

 

 

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