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Alla ricerca di una nuova Europa


-di MAGDA LEKIASHVILI-

Saranno i populismi e nazionalismi a distruggere il mondo democratico che si basa sull’ultima ideologia vincente, cioè liberalismo – dice Francis Fukuyama. Ed oggi è l’Europa a combattere. L’Unione ha davanti sé molte sfide tra le quali la il deficit di equità, la lentezza della crescita crescita e la debole solidarietà fra gli stati membri. Si fa sempre più crudele fondamentalismo islamico le cui diverse articolazioni sono uniti dalla rete con un unico scopo: alimentare il terrorismo dei “cani sciolti”, dei terroristi suicidi per vendicarsi dell’Europa. Le politiche dell’Unione (ammesso che ve ne siano state) non bastano più ad affrontare la questione migratoria. Nasce da tutto questo il deficit di credibilità del progetto comunitario, la perdita di fascino che in pochi anni ha allontanato gli europei da quello che solo una decina di anni fa appariva un obiettivo acquisito e non negoziabile.

Mentre si festeggiano i 60 anni del Trattato di Roma, punto di partenza del processo di integrazione, i paesi membri stanno discutono sull’efficacia e la direzione di marcia delle politiche europee. I populismi lavorano sulla “percezione”, sui risentimenti, sulle delusioni, sul lascito di una crisi che non è stata solo finanziaria, economica ed industriale, ma anche psicologica e che ha scavato profondamente nella mente delle persone creando solchi profondi di paura. Non è un caso che a raccogliere i frutti siano proprio i populisti, grandi esperti nella diffusione dell’inquietudine sfruttando i problemi creati da una globalizzazione senza regole e che nemmeno l’Europa è riuscita a governare e “l’esclusione sociale” prodotta da cambiamenti avvenuti in una società provata che ha indebolito ulteriormente le sue difese attaccando il welfare e imponendo politiche suicide di austerità. L’ultima campanello d’allarme è costituito riguarda dai giovani, sempre più indifferenti, a volte ostili nei confronti dell’Europa. Ci vuole un cambio di passo perché le nuove generazione che hanno sofferto più di tutte le altre la crisi, sono in attesa di risposte. L’Europa deve mostrare che come unità è capace di risolvere anche i problemi più complessi. Necessario, dunque, un cambiamento radicale delle politiche economiche, semmai accompagnata da una vera e propria rivoluzione culturale. L’Unione deve puntare soprattutto sui giovani, per informarli e renderli consapevoli delle decisioni europee.

Il senato oggi ha ospitato molti diplomatici, funzionari parlamentari e rappresentati delle fondazioni progressiste per discutere di aspettative relativamente a nuova Europa. L’incontro era intitolato: Looking for a different Europe. Reflections and perspectives.

È stato sottolineato come la storia europea si sia poggiata su tre pilastri fondamentali: equità, solidarietà e crescita. Per molti anni il continente ha avuto tassi di sviluppo elevati e questo sviluppo è avvenuto in un rapporto di solidarietà tra i paesi europei, una solidarietà che ha consentito a quelli meno avanzati di avvicinare quelli più ricchi. Un economista e politico italiano Paolo Guerrieri Paleotti ha sottolineato che la crescita accompagnata dalla solidarietà ha favorito una maggiore uguaglianza fra vari paesi. Si venne a determinare un circolo virtuoso: più crescita, più solidarietà, più equità. Il vento della globalizzazione, il consolidarsi economia multipolare con i nuovi paesi emergenti, ma soprattutto le politiche con le quali l’Europa ha risposto a questo grande shock, hanno rotto il circolo virtuoso. Il rapporto di solidarietà si è gradualmente trasformata. Con la conseguenza di un aumento delle diseguaglianze all’interno dei paesi e tra i paesi. Le virtù antiche che favorivano la convergenza tra i paesi hanno lasciato il posto alle divergenze. Al contrario, la solidarietà garantiva proprio la giusta ripartizione delle responsabilità e dei vantaggi derivanti dall’ appartenenza all’Europa. Il tutto aggravato dal fatto che le regole finanza pubblica concorre ad assicurare consistenti vantaggi ad alcuni paesi membri e a penalizzarne altri. Bisogna prendere atto che le potenzialità di crescita dei diversi stati non sono uguali. La conclusione è: crescita debole, stagnazione. Il circolo virtuoso è progressivamente diventato vizioso.

Come si esce da questa trappola? Anzitutto, la soluzione non può essere il nuovo sovranismo o nazionalismo. Davanti alla globalizzazione, richiudersi dentro i propri confini è esattamente l’opposto di quello che serve ad un’Europa. L’ex ministro per le riforme istituzionali e i rapporti con il parlamento Vannino Chiti ha sottolineato che gli stati nazionali oggi da soli non sono più in grado di garantire una democrazia di qualità. Per Chiti all’Europa devono essere demandate le competenze primarie sulla politica estera, sulla sicurezza e sull’ immigrazione perché solo l’Europa ha le risorse necessarie per far fronte a queste emergenze. Inoltre per l’ex ministro bisogna urgentemente approvare una legge elettorali che unifichi i sistemi dei diversi paesi perché è qui che sta il senso Sta della rappresentanza.

Di fronte a questi problemi globali tornare all’ Europa delle patrie in realtà vuol dire perdere la sovranità, la capacità di intervenire e naturalmente di risolvere i problemi. E questo ricetta demagogica comporterebbe un prezzo altissimo per l’Europa.

All’Unione, invece, servono politiche di rilancio. La crescita, ad esempio, pone al centro dell’attenzione il problema della governance dell’area Euro. Una questione centrale per il futuro della moneta unica è la definizione del rapporto tra una politica monetaria centralizzata (oggi garantita dalla banca centrale europea) e le politiche fiscali attuate a livello nazionale. Secondo l’opinione di Paolo Guerrieri, l’Europa ha bisogno di politiche fiscali più espansive e di investimenti. Ma una politica fiscale europea non può essere la semplice somma delle politiche nazionali.

Una politica fiscale espansiva, politiche di investimento europeo non si possono fare continuando con 19 politiche fiscali autonomamente gestite dai paesi europei. Bisogna immaginare una solidarietà intesa come una capacità, ad esempio, fiscale europea (costruita a livello dell’area del’Euro). Una Fiscal Capacity che deve dare una via a certe politiche. Senza questi strumenti l’area dell’Euro è una mano legata. Fiscal Capacity serve anche per gestire gli ammortizzatori sociali al livello europeo. Oggi, se un paese europeo deve fronteggiare ad un shock asimmetrico che lo riguarda, rimane solo. Tutti i costi gravano su di lui, perché l’Europa per adesso non ha strumenti per poter ridistribuire, non c’è nessuna solidarietà al livello europeo. Ha ragione chi dice che dobbiamo creare i strumenti di condivisione dei rischi e iniziative politiche. Ci vuole più solidarietà, ma non per generosità ma perché interesse di tutti”, spiega Guerrieri.

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