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Signorile e il caso Moro: “In quelle ore da Cossiga…”


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-di GIULIA CLARIZIA-

Oggi, 16 marzo, ricorre il tragico anniversario del rapimento dell’Onorevole Aldo Moro e dell’uccisione dei cinque uomini della sua scorta.. Nei 55 giorni di “prigionia” che fecero seguito all’agguato di via Fani, il delicato seppur acceso dibattito politico si incentrò sull’atteggiamento dello Stato nei confronti delle Br alla ricerca di una legittimazione politica. I partiti, maggioritariamente, seppur con con voci isolate all’interno, si attestarono sulla linea dell’intransigenza. I socialisti da soli decisero di combattere la battaglia per la salvezza del leader democristiano, provando a prefigurare soluzioni (di tipo “umanitario”) e a individuare canali in grado di poter trasferire dall’altra parte, nella zona oscura presidiata da terroristi all’epoca ignoti, i messaggi utili a evitare una nuova, la sesta, vittima di quello che i brigatisti avevano definito “l’attacco al cuore dello Stato. Perché quei tentativi andarono a vuoto? Claudio Signorile all’epoca era il vice-segretario del Psi e fu chiamato in prima persona a gestire quella fase delicata tanto da un punto di vista politico, quanto da un versante strettamente umano. La sua è la testimonianza di una persona che quei fatti li ha vissuti direttamente e non per sentito dire.

Il Psi fu l’unico partito che sposò una linea più elastica e non quella della “fermezza” tentando l’apertura di un canale di comunicazione con i terroristi. Perché?

“Prendemmo l’iniziativa perché ci accorgemmo prima degli altri, ma in realtà era un po’ un’opinione diffusa, che non si stava facendo niente. Ricordo una mattina in cui io e Craxi ci incontrammo negli uffici di via del Corso. Lui era segretario, io ero vice-segretario ma ci incontravamo praticamente ogni mattina per fare il punto della giornata. E la frase che poi ci venne spontanea è stata: ”Ma questi non stanno facendo nulla”. La motivazione della fermezza si traduceva poi in una sostanziale abdicazione da parte dello Stato all’esercizio di uno dei suoi tre poteri fondamentali, quello esecutivo, di governo. Non dimentichiamo mai che lo stato e il governo sono due cose distinte. Il governo è l’esecutività dello stato e a quell’esecutività si rinunciava in attesa che “ci buttassero il cadavere tra i piedi”, che fu poi una frase che io usai in un’intervista che suscitò molte reazioni. Lei mi chiede: Perché? Ma perché il PSI aveva da sempre avuto questa attenzione all’aspetto non politico, al momento umano. Rientra nel DNA culturale socialista ed era questo elemento genetico il primo aggancio della nostra riflessione. Il secondo però era più politico. Noi eravamo dentro lo schema politico del “governo delle convergenze”, del “governo delle solidarietà”, una situazione che la Dc e il Pci vivevano con notevole sofferenza considerandola un’anomalia. Ogni cosa che potesse mettere in movimento, in discussione, questo contesto politico veniva guardata con diffidenza. Per noi era diverso. Il Psi, da un lato, non metteva in discussione la possibilità di realizzare una attività riformistica anche con la Democrazia Cristiana, dall’altro non aveva nessuna vergogna collaborare col Partito Comunista nel governo delle autonomie locali, del territorio. A ispirarci, in tutti e due i casi, erano gli interessi dei lavoratori. La maggiore libertà di movimento, la più accentuata capacità dinamica di leggere la realtà ci portò a concludere: “Se non si fa nulla, qualcuno dovrà fare qualcosa. Lo faremo noi”.

Quindi un approccio ben diverso dalla Democrazia Cristiana ma anche dal Partito Comunista…

“Che, sia chiaro, non avevano alcuno approccio. La cosa paradossale in tutta questa situazione è che con la scusa del “non si tratta con le BR” in realtà non si faceva nulla. Non si trattava con nessuno. Si parla di “trattativa”. Noi non abbiamo mai parlato di trattativa. Piuttosto di iniziativa che è una cosa diversa. Noi lavoravamo su uno schema di iniziativa, che non a caso poi venne chiamata umanitaria; lavoravamo su qualcosa capace di rompere questa stagnazione mortale che ci stava avvelenando. Aggiungo un’altra cosa. La riflessione iniziale la feci proprio io e la manifestai apertamente dicendo: ”Se non lo hanno ammazzato subito significa che non sono d’accordo fra di loro, quindi esiste una divisione del mondo brigatista nella quale noi dobbiamo entrare”. Questa divisione poi è venuta fuori ed è stata largamente illustrata, seppure condita con molte menzogne: da un lato il cosiddetto “partito politico” che voleva usare il rapimento per consentire alle Brigate Rosse di essere in qualche modo un attore di movimento e di interlocuzione sulla scena della politica, dall’altro la visione militare, il braccio armato fermamente convinto che il sequestro dovesse trovare nell’assassinio il logico epilogo.

Ci fu uno scontro tra i partiti.

“Anche duro. Che non poteva avvenire in sede parlamentare perché noi non avevamo la maggioranza. Il governo godeva delle famose convergenze: il monocolore democristiano presieduto da Andreotti era sostenuto da tutto lo schieramento costituzionale, così si chiamava all’epoca l’arco di forze che escludeva la destra missina. In Parlamento non era possibile aggregare una maggioranza sulla questione: si sarebbe spaccato tutto e nessuno, noi per primi, voleva la frantumazione politica. Infatti non abbiamo mai promosso un’iniziativa parlamentare. Abbiamo, però, sollecitato l’iniziativa del governo che è una cosa diversa. Noi chiedevamo l’esercizio di quella funzione che consente di rendere esecutive le cose che lo stato in quanto tale non può fare”.

Poi si è arrivati al 21 aprile, all’annuncio televisivo di Craxi di fare tutto il possibile. Prima di allora siete stati fermi? Avete solo atteso una mossa del governo?

“No, non siamo stati fermi. Spingevamo, sollecitavamo. Ogni giorno io alzavo il telefono e chiamavo il ministro dell’interno, Francesco Cossiga dicendogli: “Beh, che succede? Smettetela con le semplici iniziative di parata”.

Un momento di straordinaria tensione…

“Naturalmente. Fu una fase altamente drammatica. Ma si trattava di una drammaticità subdola, della peggior specie, che non si manifesta in eventi esteriori clamorosi ma che trova forma nella quotidianità, negli atti quotidianamente compiuti”.

Questo, però, non si legge sui libri di storia.

“Non si può leggere”.

E quando poi sono iniziate “le trattative” e ha cercato di prendere contatti?

“No, non ci sono mai state trattative. Al massimo segnali di fumo. Noi li mandavamo e li ricevevamo attraverso Franco Piperno e Lanfranco Pace, due figure dell’area dell’Autonomia che in qualche maniera si adoperavano”.

Come intermediari?

“No, non come intermediari perché l’intermediario è “messaggero” di cose concrete. E invece i nostri erano solo segnali di fumo che pensavamo potessero essere orientati. Io immaginavo, ma non ho mai voluto saperlo per ovvie ragioni, che loro avessero un rapporto indiretto. E quindi fossero in grado di trasmettere i segnali del nostro impegno a trovare lo sbocco umanitario, lo sbocco di un atto che potesse essere firmato dal Presidente della Repubblica e controfirmato dal Ministro Guardasigilli. Loro ci dicevano che questa cosa portava all’interno del mondo del brigatismo una reale divisione fra il braccio armato e il braccio politico”.

Qualcosa si mise in movimento.

“Sì, sì, direi anche parecchio. Noi siamo arrivati realmente a un passo dalla possibile soluzione”.

Quali sono state le difficoltà più grandi che lei avvertì in questa operazione?

“Più che le difficoltà, avvertii che la cosa era sfuggita poi di mano al braccio politico delle BR. Ho tratto la convinzione, come ho detto poi quando ho fatto la deposizione alla Commissione Stragi, che il bastone del comando a un certo punto sia passato di mano. Il braccio militare ha cominciato a rispondere a esigenze politiche di altra natura che non coincidevano più con quelle delle Brigate Rosse o del movimento eversivo ma avevano un carattere più generale. In sostanza la morte di Moro veniva considerata come la pietra tombale sulla strategia del Compromesso storico, sull’apertura a sinistra, sulla formazione di un governo aperto anche ai comunisti, quindi con tutte le forze dell’area democratica. Questo veniva considerato un passaggio importante e come tale è stato gestito”.

Per concludere, guardandosi indietro, lei crede che avrebbe potuto funzionare ed era solo questione di tempo? Oppure che le BR volendo una legittimazione politica e quindi non potendola ottenere non avrebbero comunque accettato?

“No non è così. Guardandomi indietro giungo a due considerazioni. La prima: è un dato di fatto che l’assassinio di Moro è stato consumato il giorno prima della direzione democristiana, nella quale Fanfani avrebbe espresso la sua simpatia per le nostre iniziative e sarebbe probabilmente cambiata la maggioranza all’interno della direzione del partito di maggioranza relativa, con la conseguenza che il “partito della Fermezza” sarebbe stato se non battuto, comunque modificato. La seconda che sorge contestualmente: non c’era più il tavolo su cui queste carte dovevano essere giocate. Di qui l’impressione che il “bastone del comando” fosse già passato in mani strane con la conseguenza che la morte di Moro era diventata un processo irreversibile. Però questa è un’ipotesi. Fino a poche prima, fino alla mattina, mentre ero nell’ufficio di Cossiga in attesa dell’inizio della direzione democristiana, ci giunsero segnali che inducevano a essere se non proprio fiduciosi, almeno speranzosi”.

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