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Olanda al voto: il malessere della società opulenta


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-di ANGELO GENTILE-

Qualche anno fa nessuno avrebbe prestato interesse alle elezioni in un paese con un elettorato poco più numeroso della popolazione della Lombardia (12,8 milioni, il sessanta per cento dei quali non ha ancora deciso se e chi votare). Ma la Brexit e Donald Trump con l’aggiunta che questo può essere considerato l’antipasto delle presidenziali francese, hanno trasformato l’Olanda da ricca e piccola nazione del Nord nell’ombelico se non del mondo dell’inquieta Europa che ancora non ha deciso cosa farà da grande.

E se pochi avrebbero prestato interesse politico al paese dei mulini a vento, dei tulipani, dei coffe shop e delle “vetrine” di rosso illuminate, probabilmente nessuno avrebbe preso sul serio Geert Wilders un personaggio a prima vista piuttosto folklorico ma nella sostanza pericoloso non fosse altro che con la sua affermazione probabilmente infliggerebbe un colpo mortale all’Unione Europea essendo tra gli anti-europeisti forse il più anti-europeista. Oltreché islamofobo, da questo punto di vista continuatore di quel Pim Fortuyn che una quindicina di anni fa aveva cominciato, partendo da Rotterdam, a dare la scalata alla politica nazionale prima di venire ammazzato dal militante animalista e ambientalista Volkert van der Graaf. Lui, Wilders usando con grande efficacia il web al pari di Trump, ha fatto lievitare gli umori anti-immigrati e anti-islamici che il predecessore aveva colto e che il regista Teo Van Ghog (amico di Fortuyn), a sua volta ucciso da un estremista islamista, aveva cinematograficamente immortalato.

Difficilmente Wilders (che nel parlamento europeo fa gruppo con Marine Le Pen e Matteo Salvini) andrà al potere: glielo impedisce la legge elettorale proporzionale che obbliga a costruire alleanze e nessuno dei grandi partiti appare disposto a convolare con lui a giuste nozze. Inoltre gli ultimi sondaggi lo danno un po’ in affanno: lo scontro con la Turchia di Recep Tayyp Erdogan, infatti, avrebbe rilanciato l’immagine di statista dell’attuale capo del governo, Mark Rutte. Gli exit poll già alle 21 di domani sera dovrebbero fornire un quadro della situazione, cioè la suddivisione dei 150 seggi della Camera Bassa. Al momento, i liberali di destra del partito del premier (che vuole il terzo mandato), il Vvd, con il 17 per cento dovrebbero ottenere tra i 24 e i 28 seggi, mentre il partito delle libertà di Wilders non dovrebbe andare oltre i 24 parlamentari fermandosi in percentuale al 14. Meglio del Pvv potrebbero fare addirittura i democristiani (Cda) accreditati del 13 per cento. I liberal-progressisti del D66 potrebbero ottenere il 12 per cento. I veri sconfitti dovrebbero essere i socialdemocratici del PvDA che non dovrebbero andare oltre il 7 per cento venendo scavalcati dai radicali dello Sp (10) e dai verdi della Groen Link (11).

Ma al di là dei seggi che riuscirà a conquistare, Geert Wilders, con quella capigliatura imbarazzante almeno quanto quella di Trump, l’uno platinato, l’altro color pannocchia, di fatto ha già vinto: la contrapposizione con la Turchia ha dimostrato che è riuscito a imporre la sua agenda. Ha avuto buon gioco in un paese attraversato da un malumore difficile da comprendere visto che l’economia cresce (+2,1 per cento del Pil nel 2016) e la disoccupazione oscilla intorno al 5,4 per cento. Si può pensare a un malessere da opulenza.

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