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Occupazione, la sofferenza che sfugge ai dati Istat


lavoro

-di ANTONIO MAGLIE-

Evviva, l’occupazione nel 2016 ha superato in cifre assoluta quella del 2009. Detto con una certa brutalità: l’anno passato ci sono stati 59 mila lavoratori in attività in più rispetto al primo anno dopo l’esplosione della crisi. In realtà non è che ci sia tanto da brindare. Ma forse i festeggiamenti che da questi dati Istat deriveranno sono la conseguenza dell’assuefazione alla droga dello “zero virgola”. Tutto può finire per apparire spettacolare. Persino che in sei anni il tasso di disoccupazione sia calato dal 12,1 all’attuale 11,9. La terra promessa dell’uscita dalla crisi può sembrare vicinissima perché la media degli occupati è stata pari 22.758.000 contro i 22.699.000 del 2009. In tanti faticano a tirare avanti però nell’anno appena trascorso abbiamo avuto 293.000 occupati in più rispetto all’anno precedente e mentre i disoccupati sono calati di 21 mila unità (eccolo lo zero virgola: -0,7). E il tasso di occupazione che resta tra i più bassi dei paesi avanzati è salito dello 0,9 per cento attestandosi al 57,2.

Ovviamente queste cifre non descrivono la condizione del Paese e meno ancora quella degli italiani. Possono essere utilizzate in convegni e tavole rotonde, ma non alleviano la sofferenza di una comunità che annaspa tra promesse di rutilanti cambiamenti e intenti riformistici che rivolteranno nel prossimo decennio l’Italia come un pedalino (la gente comune si accontenterebbe anche di un sollievo per i prossimi due anni). Il lavoro è la scommessa mancata. Da tutti. Dal governo di Matteo Renzi che ha scelto di risolvere i problemi con una legge e qualche prebenda e dal governo di Berlusconi sotto il quale la crisi esplose mentre lui si preoccupava di farci sapere che le cose andavano bene perché i ristoranti erano pieni (ha ben poco da impancarsi Salvini che di quell’esecutivo faceva parte come Lega Nord o Giorgia Meloni che all’epoca esibiva come ospite d’onore l’ex cavaliere nelle feste di Atreju).

Inutile esercizio quello di prendersi in giro o di consolarsi con qualche migliaia di occupati in più o aggrapparsi alla tesi che il tasso di disoccupazione non cala, anzi aumenta perché gli inattivi si sono “svegliati” ed essendo colti da improvviso ottimismo hanno deciso di cercare un lavoro. La realtà è che in questo paese è da decenni che non si organizzano politiche per l’occupazione basate sugli investimenti, cioè sull’unica medicina in grado di garantire una guarigione stabile. Hanno puntato tutti sull’onnipotenza del mercato e hanno perduto. E il conto di questa sconfitta lo pagano gli italiani, senza lavoro o alla ricerca di lavoro o paralizzati dalla paura di perdere il lavoro.

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