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La fabbrica a misura d’uomo: il sogno di Olivetti


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-di GIULIA CLARIZIA-

Il 27 febbraio del 1960 si spegneva Adriano Olivetti, un uomo la cui filosofia industriale (si è parlato, e a ragione, di umanesimo industriale) ha segnato il secondo dopoguerra italiano lasciando, purtroppo, pochissimi eredi.

Figlio del fondatore dell’omonima industria che per prima ha dato un marchio italiano alle macchine da scrivere, Adriano, una volta prese le redini dell’azienda, si fece promotore di un nuovo modo di concepire la fabbrica e il lavoro al suo interno, attento alla qualità della vita, alla creazione di una reale “comunità” produttiva (altri anche in tempi recenti hanno parlato delle aziende come comunità ma solo per subordinare gli interessi dei lavoratori a quelli del datore di lavoro, in una logica attenta più alla privatizzazione e massimizzazione degli utili che al benessere di tutti), capace anche di creare cultura (non è un caso che una delle sue più famose macchine da scrivere, la Lettera 22, sia al Moma di New York e che venga presentata in tutte le mostre dedicate alla Pop Art).

Tutto nasce dalla sua personalità estremamente vivace e ricca dei più vari interessi e spunti intellettuali. Questo lo ha portato a concepire la fabbrica non solo come un luogo di produzione da cui trarre il maggior profitto possibile, ma il centro dello sviluppo della società e dell’economia. Un luogo di socializzazione dunque in cui si dovevano produrre oltre che beni, anche idee e sviluppo della persona in quella logica della Costituzione che attribuiva all’attività lavorativa il compito di garantire la realizzazione dell’individuo.

L’attenzione per le condizioni del lavoratore erano dunque fondamentali, motivo per cui era alla continua ricerca di migliorare salari, ambienti di lavoro e servizi sociali. Costruiva quartieri per le abitazioni dei dipendenti dotati di tutti i servizi necessari come biblioteche, mense e asili, il tutto nel rispetto dell’ambiente e dell’idea del bello. Olivetti era infatti anche un grande urbanista, e credeva fortemente nell’importanza di costruire edifici belli da guardare e intorno a cui fosse piacevole vivere.

Egli ridusse l’orario di lavoro prima che questo fosse stabilito per legge, introdusse il sabato festivo, tutelava il periodo di maternità e offriva assistenza medica alle operaie, alle mogli dei dipendenti e ai loro bambini, che nel 1957, prima che fosse obbligatorio per legge, vennero vaccinati contro la poliomelite.

All’interno della fabbrica non c’era solo tecnica, ma anche cultura e spirito di innovazione, motivo per cui Olivetti assumeva anche artisti e faceva lavorare operai ed ingegneri insieme. La sua biblioteca, sempre aperta, a disposizione non solo degli operai durante le pause, ma di tutta la comunità di Ivrea, divenne ben presto un centro di ritrovo culturale.

Olivetti aveva capito che un lavoratore soddisfatto è un lavoratore migliore. E per questo, pur accogliendo il metodo fordista, riteneva che non si dovesse mai dimenticare che il lavoratore è un essere umano. Per questo, apportò delle modifiche all’idea di catena di montaggio, cercando di assegnare agli operai mansioni più complesse e soddisfacenti della replica all’infinito di un semplice gesto. Diede vita infatti alle Unità di Montaggio Integrate, ovvero gruppi di produzione incaricati della costruzione di una parte della macchina e responsabile della sua qualità prima dell’invio del prodotto al gruppo successivo. I risultati produttivi furono eccellenti. Questo, unito al suo genio sempre attento a mantenersi all’avanguardia in termini di tecnologia e design, portò l’azienda a produrre macchine da scrivere eccellenti come la Lexicon 80 nel 1948 e la Lettera 22 nel 1950 e a presentare nel 1959 il primo calcolatore elettronico italiano, dopo aver aperto un laboratorio di ricerche in questo senso negli Stati Uniti.

Oltre all’azienda, Olivetti mise su un centro di formazione e ricerca, occupandosi non solo di macchine da scrivere ma di molteplici discipline. Una vera e propria fucina di cervelli da cui uscirono uomini come Luciano Gallino e Geno Pampaloni.

Durante il discorso per l’apertura di uno stabilimento a Pozzuoli nel 1955, Olivetti sintetizzò così la sua idea di industria: “Il tentativo sociale della fabbrica di Ivrea, tentativo che non esito a dire ancor del tutto incompiuto, risponde a una semplice idea: creare un’impresa di tipo nuovo al di là del socialismo e del capitalismo giacché i tempi avvertono con urgenza che nelle forme estreme in cui i due termini della questione sociale sono posti, l’uno contro l’altro, non riescono a risolvere i problemi dell’uomo e della società moderna”.

Purtroppo, questo tentativo fu bruscamente interrotto.

Adriano Olivetti è venuto a mancare all’improvviso durante un viaggio in treno, lasciando un’azienda in piena espansione con circa trentaseimila dipendenti. Oggi di lui è rimasto il simbolo di un mondo industriale possibile in una realtà fatta di robotica che distrugge posti di lavoro, delocalizzazione che fa leva sull’abbattimento dei diritti, sulla costruzione di un universo bancario che nasconde migliaia di miliardi di dollari sottraendoli a un equo sviluppo e favorendo il benessere di una percentuale minima di abitanti di questo pianeta: il suo modello, per quanto stesse avendo di fatto successo anche dal punto di vista economico, non è riuscito a fare breccia nella mentalità degli imprenditori. L’umanesimo industriale è morto con lui.

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