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Renzi fa l’americano e ci spiega il futuro

Italian Prime Minister Matteo Renzi looks on during a meeting at the Capitol Hill in Rome, Italy, May 5, 2016. REUTERS/Max Rossi/File Photo

Italian PM Renzi looks on during a meeting at the Capitol Hill in Rome

-di ANTONIO MAGLIE-

Matteo Renzi è veramente un personaggio straordinario: come si dice, se la canta e se la suona da solo ma poi con atteggiamento convinto ti assicura che in realtà le note arrivavano direttamente dalla Filarmonica di Berlino. Già il fatto di aver trasformato la direzione di un partito che ha avviato la “pratica” congressuale in un momento assolutamente irrilevante nella sua esistenza di capo uscente e, possibilmente, rientrante, fornisce la misura della sua sensibilità democratica. In fondo, essendo in questo momento “senza lavoro”, avrebbe potuto tranquillamente ritardare di qualche giorno la partenza per gli States. Ma lui è uno che vola alto, uno statista, uno che abbraccia Obama e che chiama la Merkel “Angela”. Lui è uno che parla al mondo (più o meno come il Papa) e non può confondersi con quel “volgo” politico (e di politicanti) che si attarda con le piccole cose di un paese che non è che sia stato guarito dai suoi 1015 giorni a palazzo Chigi, come dimostra il pressante invito di Bruxelles (un’ultima chiamata) rivolto al ministro Piercarlo Padoan a quadrare i conti, “incrinati” proprio dal suo governo.

In fondo è sempre stata la sua strategia: dentro le istituzioni ma diverso, a parole, dal mondo circostante, un mondo che, malgrado le sue opinioni, lo ha prodotto, si potrebbe dire “allevato” (la quintessenza del post: post-democristiano, post-progressista, forse anche un po’ post-democratico). In ogni caso, pur essendo proiettato verso il mondo o, meglio ancora, l’universo, avverte sempre la nostalgia di casa. O meglio avverte che in Italia avvertono la sua mancanza, l’assenza in particolare di una predicazione illuminante che conduca tutti verso un futuro fatto di riforme (una al mese), di successi elettorali al quaranta per cento, di ricostruzioni (delle zone terremotate) a tempo di record. Ecco, allora, che dall’altra parte dell’Oceano, dopo aver forgiato il partito (quel che resta: poco) a sua immagine e somiglianza, ostenta distacco sdegnoso da quello che è il suo habitat e che senza il quale lui stesso non esisterebbe: “Mentre la politica italiana post-referendaria litiga su tutto o quasi, il mondo fuori continua a correre. Ho deciso di staccare qualche ora – mentre il Pd scrive le regole per il congresso – e di dedicarmi ad alcuni incontri di qualità in California. Il futuro, prima o poi, torna. E allora facciamoci trovare pronti: anziché litigare sul niente, proviamo a imparare da chi sta costruendo il domani prima degli altri”.

Deve essersi distratto. Per due motivi: negli Stati Uniti il domani lo si costruisce in anticipo (anche nei suoi aspetti deteriori) già da tempo, sin da prima che lui nascesse: forse della cosa dovrebbe prendere atto, anche se capiamo che questo esercizio per lui che si considera il centro, la causa e il momento iniziale della Creazione, è piuttosto difficile; in questo momento, da quelle parti più che il salto nel futuro, si sperimenta, auspice Trump, il tuffo nel passato.

Poi, dopo aver illustrato il suo viaggio nel mondo che verrà (l’uomo su Marte, il supertreno Hyperloop, eccetera eccetera), si è abbandonato ad alcune valutazioni di stampo sociologico per giunta applicate al lavoro. Una materia, quest’ultima, che gli ha regalato grandi soddisfazioni quando abitava a Palazzo Chigi, soprattutto sotto forma di voucher, un po’ meno sotto forma di contratti a tempo indeterminato, pardon, a tutele crescenti perché in questo caso l’effetto-doping della decontribuzione è svanito, ormai dimenticato. E con ottimismo il nostro “Americano a Rignano” ci spiega: “Non credo ai profeti della società senza lavoro: credo nell’uomo, nella sua intelligenza, nei suoi valori”. Non essendo più al governo, potrebbe anche cominciare a relazionarsi con la realtà. La società senza lavoro non è questione di profeti ma di cronisti. La crisi ha creato nel mondo tanta disoccupazione che un paio di anni fa l’Organizzazione Mondiale del Lavoro (non proprio una associazione di veggenti) ha stabilito che per metterci a pari nei prossimi dieci anni bisognerà creare qualcosa come un miliardo e mezzo di posti di lavoro. Non si sa bene dove trovarli. Chissà, forse tutti in California, sulle strade dell’ex premier. Nel frattempo sta facendo la sua irruzione la quarta rivoluzione industriale e anche in questo caso i soliti profeti di sventura preconizzano tagli, chiusure, gente messa in mezzo alla strada senza un salario. Avremmo perciò tutti da guadagnare se Renzi si decidesse a uscire finalmente dalla sua Enews e cominciasse a spiegarci, entrando però nel dettaglio e non rimanendo come è solito fare in superficie, come pensa di guarire quello che appare il Male non del prossimo secolo, ma del prossimo decennio.

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