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Assalto a Lama 40 anni dopo: il buio sopra l’Italia


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-di VITTORIO EMILIANI-

Non so quanto un ragazzo d’oggi possa immergersi nel clima, nella temperie politica del 1977. Son passati, è vero, quarant’anni e però il quadro politico, economico e sociale è talmente cambiato da rendere difficilmente comprensibili alcuni atti e comportamenti. Gli spari del terrorismo, le grida e le sopraffazioni della violenza urbana stanno ormai diventando in quell’anno di grande cupezza la colonna sonora della nostra vita quotidiana. Soprattutto a Roma, a Milano, a Bologna, a Genova, a Torino. Molto meno in altre grandi città. Quasi per nulla in provincia. Sono come due Italie.

Ma ci sono altri dati che le unificano. Alcuni negativi: una grande instabilità politica nonostante il tentativo del Pci e della Dc di dar vita ad un “compromesso storico” che poco storico sarà, una inflazione che sta galoppando a due cifre verso il 17 per cento, un distacco della base operaia più radicalizzata – nelle fabbriche dove le Br godono di un certo favore (se non altro omertoso) – e i sindacati e le confederazioni generali. Va detto però che Cgil, Cisl e Uil registrano con Luciano Lama (e Agostino Marianetti), Luigi Macario e Giorgio Benvenuto il massimo di unità e anche di forza, con la punta avanzata e in parte autonoma della FLM, dei metalmeccanici. Anche i partiti sono ancora forti e radicati nonostante l’attacco massiccio della violenza e del terrorismo (o rafforzati, in fondo, proprio da questo attacco frontale che rinvia a più tardi la loro crisi). Un arroccamento il cui costo verrà pagato più tardi, negli anni ’90.

Il 1977 si è aperto con una iniziativa lanciata con grande enfasi da Enrico Berlinguer e dal suo partito: un appello al Paese, alla classe intellettuale anzitutto, contro gli sprechi nell’energia, nell’assistenza, contro il lassismo in tutti i campi, anzitutto nelle aziende (è in atto una polemica forte contro “l’etica del lavoro”, contro la produttività nelle fabbriche), nella scuola, nella pubblica amministrazione, per una nuova moralità fondata sul rigore. Un appello che non ha grande successo in una società dei consumi che, nonostante la crisi in atto, è ormai radicata. La tentazione e quindi il sospetto del ritorno o della aspirazione ideale ad una società “frugale, ricomposta, quasi pre-industriale” che vede alleati comunismo e cattolicesimo appare forte. Qualche intellettuale commenta; “L’austerità va bene per noi che possiamo anche goderci le nostre comode case con tanti bei dischi, tanti buoni libri, ma figurati se sta bene a chi è appena approdato ad un po’ di consumi…” Ritorna il tema di qualche anno prima, quando le “domeniche a piedi” per lo choc petrolifero sono state accolte con divertimento nelle città e invece maldigerite nei paesi e nelle campagne dove le domeniche sono la sola occasione di divertimento nei pub e nelle discoteche della zona.

Il cielo si fa particolarmente fosco a Roma in febbraio. Il giorno 17, forse mal consigliato o comunque male informato sulle tensioni che covano ormai allarmanti, Luciano Lama , segretario generale della Cgil, va a tenere un comizio alla Sapienza. E’ diventata una sorta di prassi “didattica” del sindacato, ma diventa un boomerang. Già mentre gli uomini del sindacato montano il palco del discorso, gli Indiani metropolitani alzano un fantoccio con la scritta “Non Lama nessuno”. Ma è soltanto l’ala creativa, molto minoritaria, del movimento. Gli slogan degli autonomi che si stanno concentrando verso il palco sono ben più minacciosi e pesanti. Luciano Lama comincia a parlare verso le 10 del mattino. Prima gli tirano contro palloncini gonfi d’acqua o di vernice. Poi parte una fitta raffica di bulloni e di pezzi di ferraglia, munizioni pericolose. Il servizio d’ordine sindacale, spazzata via in una baleno l’ala “creativa” degli Indiani metropolitani eredi del Sessantotto, viene a diretto contatto coi “duri” dell’Autonomia romana. Gli scontri acquistano ben presto una grande violenza e continuano anche dopo che il segretario della Cgil ha da tempo lasciato il palco interrompendo il comizio. Passano parecchie ore e soltanto verso sera si riesce a ristabilire la calma alla Sapienza. Una sconfitta per la democrazia, inquietante.

Nasce qui, si può dire, il Movimento del ’77, con meno utopie, meno ideali libertari e ben più violenza, anche armata, del ’68. Il gesto di Lama e della Cgil viene interpretato come un atto di presunzione, della solita volontà autoritaria di imporre un verbo politico, di “rieducare” le masse studentesche. L’episodio romano ha scatenato reazioni e occupazioni in tutta Italia. Il rettore della Sapienza, Antonio Ruberti, più tardi ministro socialista, decide di chiudere l’Università fino al 1° marzo. Intanto continuano nel Paese gli atti terroristici: il 17 febbraio viene gambizzato il direttore del personale della Fiat di Rivalta dove si produce la “128”. Il giorno dopo tocca ad un caporeparto di Mirafiori. La gambizzazione viene rivendicata dalla sigla “Squadre operaie armate”. Si tende a far credere così che nelle grandi fabbriche si sia già creata una rete di reparti terroristici armati. In effetti nuclei significativi ci sono, ma c’è soprattutto una fascia di omertà se non di favore nei confronti di quanti compiono questi attentati, fuori e dentro le fabbriche. Posizioni spesso ambigue che si incrineranno ed entreranno in crisi soltanto nel ’79 con l’assassinio a Genova del sindacalista comunista della Cgil, l’operaio Guido Rossa.

Ma deve passare tutto il ’77, che è agli inizi, e tutto il ’78 l’anno del sequestro e del delitto di Aldo Moro, l’acme del terrorismo armato. Nel clima politico già tesissimo di quel marzo 1977 si abbatte l’uccisione dello studente Francesco Lorusso, nel cuore di Bologna, da parte di un carabiniere che, in via Mascarella, spara ad altezza d’uomo contro un corteo di manifestanti universitari. L’impressione è enorme e la reazione politica inadeguata, soprattutto quella del Pc bolognese (chiamato anche il Pcb, la federazione con più iscritti d’Europa). I cortei di giovani si dirigono in serata verso piazza Maggiore. Le finestre di Palazzo D’Accursio sono illuminate, vi si sta svolgendo il consiglio comunale straordinario. La massa dei giovani vuole parlare, sfogarsi con qualcuno. Ma di lassù, a differenza di altre volte, non scende nessun politico. I ragazzi si scontrano col servizio d’ordine del Pci composto da tranvieri, gasisti, operai del Comune, che si limita a respingerli duramente. Allora il corteo si scatena per la città spaccando tutto quello che trova sul suo cammino, decine e decine di vetrine, illuminate, lussuose, quasi una provocazione nel giorno in cui un ragazzo bolognese è morto ucciso da un militare, il primo ucciso dalla Liberazione. A Torino sparano quelli di Prima Linea. Siamo nel pieno di una violenza assassina che durerà mesi e anni.

Il 12 marzo si terrà a Roma la grande manifestazione per Framcesco Lorusso mentre a Bologna la città universitaria è come assediata e varie automobili vengono date alle fiamme da elementi che giovani non sono. Come quelli che alla Centrale di Milano prendono in massa, col biglietto pagato (da chi?), l’ultimo treno della notte per la capitale. Qui non ci scapperanno altri morti soltanto per una sorta di miracolo laico. Piazza del Gesù è assaltata, ma la polizia la difenda sparando lacrimogeni. Una banda di terroristi svaligia armerie, una sul Longotevere. Forse la pioggia che va aumentando fino a diventare torrenziale evita disastri peggiori. Certo a quel corteo hanno presenziato o partecipato uomini delle Br, di Prima Linea, dell’Autonomia più violenta e dei servizi segreti di mezzo mondo. A Bologna ci saranno tensioni quotidiane fortissime fino alla grande di manifestazione di settembre dove i 75 mila partecipanti saranno tuttavia controllati in primo luogo da un servizio d’ordine dei gruppi più responsabili lungo il percorso cittadino evitando ogni contatto col Congresso Eucaristico che si svolge a poche centinaia di metri da Piazza 8 agosto, davanti alla Basilica di San Petronio.

Ma, tornando a Luciano Lama, perché tanta ostilità, tanta violenza frontale contro la Cgil e il sindacato in genere. Eppure le tre confederazioni, eppure la FLM hanno avuto un ruolo fondamentale, strategico nello sbarrare la strada agli stragisti “neri” (che hanno avuto il supporto dei Servizi deviati). Con tutto ciò, il Pci in particolare non ha mai voluto o saputo aprire uno spiraglio di dialogo con la sinistra più radicale. Anche a Bologna quello spiraglio è stato tenuto aperto da alcuni elementi del Psi, della sinistra socialista, e da Bruno Trentin che ricordo in un memorabile, appassionato confronto assembleare alla ex Borsa vicino a Palazzo D’Accursio. Mentre Giancarlo Pajetta ha gettato da poco benzina sul fuoco definendo “nuovo squadrismo” il movimento dell’Autonomia ed Enrico Berlinguer gli ha pure portato attacchi veementi. Con reazioni non meno veementi. Per cui tutto il sindacato diventa “la nuova polizia”, esecrata come e peggio di quella di Stato. Dalla violenza del ’77 trae alimento in ogni senso, anche col reclutamento di nuovi giovani, il terrorismo armato che l’anno dopo porterà il proprio attacco al cuore dello Stato e della democrazia col sequestro e poi l’assassinio di Aldo Moro. Ricordo il giorno dopo Via Fani il comizio improvvisato, coi mezzi di reclutamento di allora, a piazza San Giovanni, con almeno duecentomila partecipanti al comizio di Lama, Macario e Benvenuto, fra una marea di bandiere rosse, bianche, azzurre, tricolori. Era la vera, grande, radicata forza della democrazia nella quale l’Italia migliore si riconosceva.

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