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Gentiloni ora dimostri di non essere il clone di Renzi


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-di ANTONIO MAGLIE-

Matteo Renzi si agita molto. Ha fatto sapere che non vuole restare a bagnomaria per mesi e, nel frattempo, ha fatto scrivere ai suoi “fedelissimi” una lettera con la quale contesta l’ipotesi di un aumento delle accise per far fronte (in parte) alla manovra da 3,4 miliardi che l’Unione Europea chiede. In sostanza si muove contemporaneamente come fosse il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio. Al contrario, come è noto, è soltanto il segretario del Pd, cioè del partito di maggioranza relativa che regge un governo presieduto da un uomo scelto da lui (più che da Mattarella), Paolo Gentiloni. E dimenticando anche che a bagnomaria ci si è messo da solo perché in un referendum il 40 per cento che lui si intesta nella totalità con un’evidente forzatura, non è la maggioranza. Quindi, di quella consultazione è lo sconfitto e che, sino a prova contraria, non dipendeva da lui lo scioglimento delle Camere, anche in base alla Costituzione da lui riformata (ma non dai cittadini col voto).

La situazione se non fosse imbarazzante sarebbe un po’ comica: un politico che dice di aver lavorato per il bene del Paese per 1015 giorni, che aveva ambizioni da statista, che adesso confonde le sue esigenze personali con quelle del Paese, anzi che prova a subordinare quelle del Paese alle sue. In un momento, per giunta, delicatissimo perché in questo fase gli equilibri europei sono labili, la condizione pre-elettorale che investe i Paesi-guida (e, precisiamo, l’Italia non è tra questi pur essendo in attesa a elezioni più o meno anticipate) rende le leadership da un lato più deboli ma dall’altro più nervose, estremiste ed acrimoniose. Renzi non ha capito che non siamo più nella condizione in cui lui sul Web faceva la voce grossa contro la Germania e poi andava a Berlino a baciare la pantofola della Merkel. Ora la Merkel, in difficoltà nei sondaggi per via della rimonta di Martin Schulz, deve, per recuperare consensi, corteggiare l’elettorato più destrorso che nutre, notoriamente, sentimenti non proprio amichevoli nei confronti del nostro Paese (le ultime parole del capo della banca centrale di quel Paese, Weidmann, sono una cartina di tornasole significativa) ritenendoci spendaccioni e inaffidabili.

Ma Renzi sa benissimo un’altra cosa. Le fondamenta della legge di bilancio da lui voluta si poggiavano sulle sabbie mobili. Sabbie mobili appena un po’ consolidate dall’emergenza terremoto e da quella migranti. Se avesse vinto, lui stesso sarebbe stato richiamato a fare quello che ora viene chiesto a Gentiloni e Padoan. Tanto è vero che l’Unione Europea in attesa del referendum, ha rinviato la sua sentenza. Una cosa è la battaglia per un’Europa diversa da quella strabica, burocratica e in larga misura ottusa che ci governa, per la quale ci vogliono alleati che Renzi stesso si è guardato bene dal guadagnarsi ondeggiando tra la sponda Mediterranea, le strizzatine d’occhio alla Merkel e gli show da nuova potenza continentale mandati in onda nel vertice trilaterale a Ventotene; altra cosa è la realtà fatta dell’adesione a una istituzione che ha delle regole e nella quale noi godiamo di mediocre considerazione (gli accenni della Merkel all’Europa a due velocità non riguardano mica soltanto gli ex paesi dell’est per la questione dei migranti: riguardano anche noi per la questione dei conti).

La politica delle “mance” (perché di questo si è anche trattato) perseguita nella legge di bilancio non ha dato elettoralmente i risultati che Renzi sperava ed è inevitabile che qualcuno venga ora chiamato a rimettere a posto i cocci lasciati dall’ex presidente del consiglio (che forse ha accelerato la fuga proprio per questo motivo o anche per questo motivo). Semmai limitando al minimo la sofferenza del Paese che è in difficoltà già da molto tempo e che certo non è stato guarito dallo statista di Rignano. Ecco perché in questo momento a nessuno è consentito “allargarsi” e tutti dovrebbero ricoprire il ruolo che sono chiamati a ricoprire: Renzi il segretario del Pd, Sergio Mattarella il presidente della Repubblica e Paolo Gentiloni il presidente del consiglio. Quest’ultimo ha una sola maniera per onorare questo impegno: dimostrare finalmente di non essere semplicemente il clone di Renzi.

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