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3-2-’91: ultima scissione a sinistra con l’eutanasia del Pci


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-di ANTONIO MAGLIE-

Il 3 febbraio del 1991 si consumava l’ultima grande scissione della sinistra: scompariva il Pci e al suo posto nascevano il Partito dei democratici di sinistra (Pds) e il Partito della rifondazione comunista (Prc). In questi giorni in cui molto si parla della costruzione di un nuovo soggetto politico come filiazione di una costola del Partito democratico, ricordare quel “divorzio” può avere un significato, non solo memorialistico. Anche perché molti dei protagonisti dell’attuale vicenda politica erano sul proscenio anche allora, quando Giglia Tedesco alle 19 apriva con queste parole una nuova storia e ne chiudeva un’altra: “Il XX congresso del Pci dà vita al Partito della sinistra, che ha per simbolo l’albero (la quercia, n.d.r.) della sinistra le cui radici sono raffigurate nell’attuale simbolo dei comunisti italiani”. Il cronista de “l’Unità”, Bruno Ugolini, segnalava nel suo pezzo che sarebbe apparso in prima pagina sul giornale il mattino dopo che a favore di questo epilogo (l’avvio di una fase costituente per la creazione di nuovo soggetto politico, il cambio del nome e del simbolo) si erano schierati 807 delegati mentre i contrari erano stati 75; 49 avevano preferito astenersi e 328 avevano scelto di uscire dalla sala, una scelta compiuta da dirigenti di primo piano come Aldo Tortorella, Alessandro Natta, penultimo segretario del Pci, il successore di Enrico Berlinguer, Luciana Castellina e Lucio Magri. Il “no” era arrivato da Pietro Ingrao e Gian Mario Cazzaniga (che poi avrebbe spiegato: “Ho applaudito il discorso di Occhetto perché ritengo che avendo il segretario il sostegno del 70 per cento del congresso e degli iscritti, vada applaudito per questioni di stile, non certo per consenso politico”). Avevano votato a favore Gavino Angius, Giuseppe Chiarante, Luciano Barca, Antonio Bassolino.

Il cronista raccontava anche che erano rimasti impassibili Armando Cossutta, Sergio Garavini e Lucio Libertini mentre avevano applaudito con trasporto Massimo D’Alema, Walter Veltroni, Claudio Petruccioli, Piero Fassino, Fabio Mussi, Livia Turco e Alfredo Reichlin. Tra lacrime e rabbia veniva trasmesso un video in bianco e nero sintesi della storia del Pci chiuso dall’apparizione del nuovo simbolo: la quercia con ai piedi il vecchio simbolo, la bandiera rossa sovrapposta a quella italiana, la falce e il martello. Poi, a chiudere il cerchio della nostalgia, il canto in coro dell’Internazionale. Esattamente settant’anni dopo Livorno, in un’altra città di mare, Rimini, una nuova imbarcazione si sostituiva alla vecchia e cominciava una navigazione che l’avrebbe portata, attraverso un altro cambio di nome e di sigla, sino al porto del Pd. I dirigenti favorevoli festeggiarono l’evento con un brindisi all’hotel Ambasciatori; i contrari, invece diedero appuntamento anche ai cronisti per annunciare la convocazione di una nuova assemblea per il 10 febbraio. In quella sede sarebbe nato un altro partito, il Prc, presidente Cossutta, segretario Sergio Garavini che avrebbe così completato la sua parabola personale: socialista in gioventù, sindacalista di agiate origini e per questo spesso punzecchiato da un altro collega della Cgil, Rinaldo Scheda (uno dei più fedeli alla linea di Botteghe Oscure), comunista e, infine, “rifondatore”. Spiegava la scelta: “Nessuno ha potuto dimostrare che sono valide le ragioni poste alla base dello scioglimento del Pci… Non intendiamo aderire al Pds”. Altro applauso e altro inno: “Bandiera rossa” cantato a pugno chiuso. Seguirono Cossutta e Garavini una dozzina di senatori e cinque-sei deputati.

Era l’epilogo di una storia cominciata praticamente nel momento in cui Achille Occhetto aveva sostituito Alessandro Natta costretto per motivi di salute a lasciare la segreteria. Una lunga discussione sul cambio del nome, della ragione sociale suggerita da quel che stava accadendo a Est, lo sfarinamento dell’Urss e del suo impero. L’accelerazione del dibattito era stata data da Occhetto il 12 novembre di due anni prima. Via Tibaldi 17 dice poco o nulla. Ma quella sera lì, in quella sezione della Bolognina si fece un pezzo di storia della sinistra. Anche un po’ per caso. Il segretario quel viaggio non lo aveva programmato. Il giorno prima era stato a Mantova per la mostra di Giulio Romani. William Michelini si era lamentato: “Dici sempre che vieni a Bologna. Domani i partigiani della Bolognina celebrano i 45 anni della battaglia. Andiamoci”. E lui ci andò. Al seguito soltanto due giornalisti. Massimo D’Alema, all’epoca direttore de “l’Unità” ha raccontato che a momenti bucava la notizia (la frase centrale del discorso di Occhetto: Dobbiamo inventare strade nuove”). Ha raccontato sempre D’Alema: “Personalmente non solo fui colto alla sprovvista, ma fui attraversato da molti e sofferti dubbi. Andai a parlarne con mio padre il quale, sorprendendomi, disse: “Ha ragione Occhetto”. Io ero dubbioso sul modo in cui questa operazione veniva portata avanti, per la rapidità, per i rischi di rottura, non sulla direzione di marcia”.

Il fatto è che tre giorni prima non era crollato solo un Muro, era crollato un mondo. Anche lì in virtù di qualche elemento di casualità. Perché il partito comunista della Germania dell’Est nel suo politburo aveva deciso che il berlinesi avrebbero potuto attraversare il confine. Solo che la comunicazione venne data in maniera un po’ confusa (ma erano tempi di grande confusione) e la gente si abbatté con la forza di uno tsunami sul check point Charlie cominciando a tirar giù, mattone dopo mattone, quel monumento alla Guerra Fredda e alla divisione del pianeta in blocchi che Gorbaciov aveva indebolito dall’esterno attraverso gli accordi con Reagan e, dall’interno, con la Perestrojka e la Glasnost.

Il Pci era ormai figlio di un altro mondo. Ma era anche la storia umana prima ancora che politica di tante donne e tanti uomini che avevano creduto, che avevano messo la loro fede al servizio di un’idea. In quella crisi si sommavano sentimenti pubblici e sentimenti privati, scelte personali e scelte collettive. Insomma, un grande dramma fatto di attaccamento alla “bandiera” e alle certezze del passato. E tracce di tutto questo si ritrovano nelle parole che Pietro Ingrao pronunciò nel comitato centrale che si svolse subito dopo la Bolognina: “Non solo restano vaghi gli interlocutori, ma non vengono definiti in positivo le scelte determinanti”; aggiungeva che il “senso di questa operazione è essenzialmente un altro; non al positivo ma al negativo, la dichiarazione di morte del comunismo… Mi annunciano che all’Est i partiti comunisti stanno cambiando nome. Ho imparato dentro questo partito l’autonomia rispetto all’Urss”. E a Rimini, dopo le conclusioni di Occhetto, avrebbe detto: “Siamo addolorati, incazzati ma convinti della grande impresa che abbiamo davanti. Ancora vi dico: su la schiena, compagni. La bandiera cambia, ma la bandiera che abbiamo nell’animo nostro non potranno cancellarla mai”. Qualche anno dopo avrebbe abbandonato il nuovo partito.

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