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Lavoro: crollano i numeri, manca un progetto


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-di SANDRO ROAZZI-

La disoccupazione continua ad essere per l’Italia la questione che desta più preoccupazione. Dai dati dell’Istat si evince ancora una volta che in assenza di robuste iniezioni di incentivi il mercato del lavoro segna il passo. Il tasso di disoccupazione a dicembre torna al 12% come se si trattasse di un perverso gioco dell’oca. Colpisce, ma non potrebbe essere diversamente, quello che riguarda i giovani fino a 24 anni, un 40% che si pensava fosse diventato solo un retaggio del passato. Si tratta di 644 mila unità, quindi quantitativamente non una tragedia, ma che denota la difficoltà a varcare la soglia del mercato del lavoro per i più giovani con la conseguenza di oscillare fra il limbo della precarietà e quello di un lungo parcheggio fra gli inattivi.

Non va meglio, anzi va peggio ad esempio per la classe dì età fra i 25 ed i 34 anni, 877 mila, per non parlare del milione e passa di disoccupati nella fascia d’età che da sempre è stata il motore del lavoro, vale a dire gli italiani compresi fra i 35 ed i 49 anni. Dunque man mano che si sale di età la questione si fa più seria ma anche meno risolvibile perché è davvero complicato reinserire al lavoro tante persone che spesso non sono in grado di esprimere quelle professionalità richieste dal mercato. Tengono meglio i lavoratori anziani, solo 500 mila disoccupati, che in realtà non riescono ad andare in pensione dopo la legge Fornero e senza l’avvio di una reale flessibilità nel passaggio fra posto di lavoro ed assegno previdenziale.

Pesa inoltre anche la differenza di genere: nel confronto con l dicembre 2015 cresce il tasso di disoccupazione femminile dell’1,1%, diminuisce quello maschile dello 0,1%. Una parziale spiegazione dell’aumento della disoccupazione viene anche dal calo degli inattivi che si registra per tutte le classi di età e che si distribuiscono ovviamente nelle due voci, occupazione-disoccupazione.

Il capitolo occupazione resta sul terreno positivo ma mostra un rallentamento che già si era notato in modo netto nei mesi precedenti al dicembre 2016. Su base annua la tendenza all’aumento complessivo della occupazione si traduce in 242 mila unità in più, ma con una prevalenza per quel che riguarda il lavoro dipendente di occupati a tempo determinato (155 mila contro i 111 mila a tempo indeterminato), mentre si rileva un leggero calo di quello indipendente (-24 mila). Inutile dire che lo zoccolo duro di questa crescita occupazionale è costituito dai lavoratori ultracinquantenni. Si può dire che la “cura” del Governo Renzi ha ottenuto qualche risultato positivo all’inizio ma che poi si è via via isterilito per via di una assenza di politiche del lavoro di più ampio respiro di quelle sostenute esclusivamente o quasi dalle agevolazioni. Un consuntivo per nulla esaltante, che, anzi, denota una mancanza di strategie di lungo periodo che peserà nei prossimi anni se non si correrà ai ripari ed in fretta.

Il 2017 comincia ad arrancare dunque con una mancanza di prospettive che non può non far riflettere su dove sta andando la nostra economia. Teniamo conto che nel frattempo le attività economiche e produttive stanno subendo trasformazioni di carattere epocale, la cui risultante finora meno confortante è quella di una evoluzione tecnologica ed organizzativa che impedisce allo stato attuale di immaginare un futuro fatto di grandi numeri per l’occupazione. Certamente il futuro di due campi di iniziativa come la progettazione e la commercializzazione può far ben sperare, ma non può altresì illudere che da questi due segmenti economici e produttivi possano essere generati milioni di posti di lavoro in breve tempo. E sicuramente un peso importante continueranno ad avere i servizi ma che assolveranno al compito di assorbire la gran parte della manodopera meno qualificata. Anche il ritorno delle opere pubbliche pure auspicabili, si pensi alla messa in sicurezza del territorio, è destinato a produrre meno occupati dei decenni scorsi anche in questo caso a causa della ”intrusione” di nuove macchine sempre più efficienti e dalla produttività quasi… infinita.

Rischiamo di trovarci di fronte ad una nuova stagione del lavoro a compartimenti stagni, quantitativamente meno promettente, foriera invece di nuove diseguaglianze e di emarginazioni di lunga durata. Non si dimentichi che già in questo periodo su circa 3 milioni di senza lavoro 1,8 milioni di essi hanno ben poche speranze di trovare un’altra occupazione perché lo cercano senza trovarlo da più di un anno (si calcola che erano meno di 700 mila prima della lunga recessione). Inoltre coloro che sono stati licenziati da più di un anno senza ritrovare un lavoro restano più o meno stabili sugli 800-900 mila dal 2004 in poi. Altro che Jobs act i cui effetti fra non molto perfino potrebbero diminuire ancora se l’economia non cambierà passo.

Se poi il 2017 scivolerà via fra lotte politiche e la permanenza di troppe incertezze sulla sorti della nostra economia, il colore prevalente del nostro mercato del lavoro sarà un grigio difficile da scalfire. Sempre che questa non sia una previsione ottimistica. Oggi più che mai questi processi andrebbero governati con coraggio e senza miopi mediocrità. I dati sono dei sensori da non trascurare ma quando il mondo cambia tanto rapidamente e profondamente come oggi i veri sensori da attivare sono quelli della materia grigia e della volontà politica.

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