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La Repubblica Napolitana: rivoluzione d’élite non di popolo


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-di FEDERICO MARCANGELI-

Il 23 Gennaio 1799 nasceva la “Repubblica Napolitana”, costruita senza l’aiuto del popolo e stroncata da esso. Lo slancio per la sua creazione arrivò direttamente dalla Francia Rivoluzionaria, che cercò di esportare i suoi ideali nella penisola. La campagna d’Italia del 1796 (guidata da Napoleone) terminò con l’armistizio di Brescia, ma il conflitto borbonico-francese si protrasse per altri 2 anni, raggiungendo il suo apice alla fine del 1798. Dopo l’iniziale avanzata fino a Roma del Regno di Napoli (sostenuto dalle truppe inglesi), l’esercito transalpino ebbe la meglio. Il generale Championnet costrinse alla fuga i reali, che lasciarono la città campana in mano al conte Pignatelli. Quest’ultimo, sopraffatto dagli eventi, firmò un gravoso armistizio con l’ufficiale francese, consegnando i territori alla Francia rivoluzionaria.

I primi problemi per l’instaurazione della Repubblica nacquero in quei concitati momenti di transizione. All’annuncio della resa, la maggioranza dei ceti popolari cittadini si ribellò e con essa parte delle province. Divenne celebre la resistenza dei “lazzari”. Questi giovani della fascia più bassa della popolazione (si potrebbe parlare di sottoproletariato) furono tra i più strenui difensori della dinastia borbonica ed osteggiarono fino all’ultimo l’avanzata delle truppe francesi. Prima della proclamazione della Repubblica esplose una vera e propria guerra civile: su un fronte i filo francesi e sull’altro i filo borbonici. I primi appartenevano ai ceti più abbienti del Regno (o quantomeno non a quelli popolari), spesso legati alle neonate società segrete “locali”. Alla fine delle ostilità, la nascita della “Napoli rivoluzionaria” fu bagnata dal sangue di 3000 popolani.

Il primo governo provvisorio vide la luce il 23 Gennaio e portò con sé un importante fervore culturale. Nacquero in pochi mesi numerosissimi giornali, che però non ebbero una grande diffusione a causa dell’altissimo livello di analfabetismo. Anche da questo fattore si può intravedere la spaccatura tra rivoluzionari e popolazione. Nei 6 mesi della Repubblica non si instaurò un legame forte tra la “testa” e la “base”, rendendo inutile ogni tentativo di consolidare lo status acquisito. La situazione di distacco era ancora più forte nelle province, molto legate ai Borboni. Le conseguenze di questo scollamento furono fatali per le sorti della rivoluzione.

Nel Giugno dello stesso anno l’esercito Sanfedista riconquistò Napoli e la restaurazione ufficiale della dinastia borbonica venne confermata nel 1801. Le truppe guidate dal Cardinal Ruffo risalirono dalla Calabria in pochi mesi (da febbraio a giugno), trovando terreno fertile nelle campagne del Sud della penisola. E a Napoli l’attivismo piuttosto violento e vendicativo dei “lazzari”.

Questo stralcio dell’esperienza francese in Italia rappresenta uno spunto che ancora oggi può tornare utile per l’analisi di alcuni scenari geopolitici. L’imposizione delle rivoluzioni “dall’alto” non ha mai funzionato, ma è necessaria una reale spinta popolare per modificare l’assetto istituzionale delle nazioni.

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