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In memoria “di un intruso”: Bruno Amoroso


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di SALVATORE BOMADONNA-

L’intruso, come Bruno Amoroso si definisce nel suo bellissimo racconto biografico, “Memorie di un Intruso”, pubblicato a Settembre, dopo avere lottato per anni con la malattia, e sofferto molto negli ultimi mesi, se ne è andato nella notte del 20 gennaio.

Chi intende scavare fino alle radici della odierna “barbarie trionfante” e ricercare quei fili con cui tessere la tela di un’alternativa non può eludere i ragionamenti contenuti nella sua ricca produzione di economista originale, di intellettuale autonomo. Bruno Amoroso lancia con il suo libro di memorie una sfida che è possibile raccogliere a partire dal rendersi autonomi dalla realtà che ci circonda, attraverso la ricerca di un nuovo pensiero critico, una vera e propria alternativa antropologica rispetto a quella che conduce il mondo e l’umanità verso le forme di barbarie cui assistiamo. E’ la elaborazione di una sconfitta epocale quella di cui Bruno Amoroso ci ha lasciato testimonianza ed è, insieme, la sfida a non rimuoverla e a non rinunciare a promuovere una nuova battaglia. La battaglia che non si dà è persa in partenza e non ne ricavi nemmeno l’onore della sconfitta e gli insegnamenti che da essa possono derivare.

Giovane studente, il padre comunista fin dalla clandestinità, matura la scelta dell’impegno politico e assume ruoli di direzione, a partire dai “pionieri” nella gioventù comunista. A Monteverde, il quartiere de I ragazzi di vita, incontrerà Pasolini la cui domanda d’iscrizione al PCI viene in prima battuta respinta, Pietro Secchia cui si rivolge per capire il perché venissero frenate le iniziative di movimento che i pionieri mettevano in campo, Giuliano Pajetta che lo induce a non rinnovare la tessera del PCI dati i suoi comportamenti non allineati.

La rottura con il passato fascista, la discontinuità su cui si imperniava la visione del paese e della società da costruire venivano, mano a mano, a dileguarsi lasciando il posto a pesanti elementi di continuismo nella pubblica amministrazione e a processi di burocratizzazione nel partito e nel sindacato in nome di un realismo politico incomprensibile ed inaccettabile dall’intruso. Ed è sostanzialmente a questo che Bruno Amoroso fa risalire la progressiva integrazione del Partito e del sindacato nel sistema capitalistico a guida statunitense e, quindi, la crescente perdita di autonomia che impedisce di vedere la evoluzione del sistema verso una prospettiva che avrebbe sempre più mortificato e compresso le lotte e le pulsioni della società per convogliarle in un disegno politico orientato alla conquista del governo e non alla costruzione della società nuova, del socialismo.

La visione della lotta di classe che Bruno sostiene è imperniata sul dato che essa non dovesse mai sconnettersi dalla più generale lotta sociale, pena la chiusura corporativa e l’isolamento della classe operaia industriale, la sua sconfitta e la marginalizzazione dei giovani e del mondo dei lavori non manifatturieri che ne costituisce la maggioranza. Per questo criticava e non poteva accettare le strategie subalterne del sindacato che sostituiva la centralità del lavoro con quella dell’impresa, o quelle riferite ad una non meglio specificata categoria di operaio sociale. Il tessuto produttivo sociale dell’alternativa è certamente più vasto e articolato e bisogna non subirne la segmentazione che il modello capitalistico occidentale impone. Il comunismo come sistema di comunità è una costante del pensiero di Bruno Amoroso; da qui la diffidenza verso le modernizzazioni che abbandonano come scorie principi che avevano rappresentato elementi di coesione culturale e sociale. La polemica con l’operaismo e l’attenzione al mondo contadino non sono segni di interclassismo, a lui estraneo, ma, piuttosto, l’indicazione di un modello di sviluppo diverso da quello del capitale.

Stretto tra la possibile repressione dell’autonomia degli anni ‘70 di cui poteva essere vittima e un riflusso nel privato per lui impossibile preferisce chiamarsi fuori dall’organizzazione dei movimenti e continuare nella vocazione dell’intruso, cercando di costruire comunità – la sua dimensione del comunismo – capaci di prefigurare un mondo diverso possibile agendo per la trasformazione dello stato di cose presente. Il legame sviluppato con Federico Caffè, alla cui scuola morale oltre che di economia politica si era rivolto il geometra Bruno Amoroso, lo portano, da ricercatore, a scegliere di trasferirsi a Copenaghen.

Dal punto di osservazione danese indaga e fa conoscere la struttura e il funzionamento dello stato sociale nella società del benessere governata dalla socialdemocrazia fino a cogliere, con anticipo, e segnalare a tutti noi con i suoi articoli ricorrenti e puntuali, la importanza e pure la fragilità di quel sistema che regge anche per la funzione di contrappunto al sistema sociale del blocco sovietico. Crollato il sistema sovietico, il compromesso sociale, costruito con le lotte sindacali e della sinistra nei paesi europei, viene messo in discussione e le classi dominanti si riprendono interamente il potere e costruiscono la loro egemonia legata a doppio filo con gli interessi della finanza mondiale che negli Stati Uniti hanno i loro centri di comando. Il silenzio e la censura dell’intellettualità e dell’accademia mainstream non hanno mai intaccato il rigore della sua autonomia di pensiero che, peraltro, lo trovano nella buona compagnia dei pensatori indipendenti di tutto il mondo, capaci di non mistificare la realtà e di sapere resistere alle lusinghe della fama, dei soldi e del potere, di denunciare la rivoluzione conservatrice con cui il capitalismo si trasforma progressivamente da sistema di sfruttamento del lavoro vivo a sistema predatorio integrale. Vale la pena riprendere gli scritti sulla globalizzazione, sull’Europa e sull’Euro che Bruno Amoroso ha pubblicato nel corso degli anni analizzando, da comunista e keynesiano, la evoluzione della crisi e la sua gestione a livello mondiale e, nel nostro continente, affidata ai Figli di Troika, titolo di un suo libro illuminante, e alla UE.

Un uomo animato da principi forti, dai sentimenti e dalle passioni oltre che dalla conoscenza. Ne sono testimonianza il suo impegno sul terreno della cooperazione sociale a livello internazionale, dal Vietnam alla Cambogia, dall’India all’America Latina. Fondamentali i rapporti di fraterna amicizia con Federico Caffe sulla cui scomparsa ci lascia un indizio prezioso: “Federico capì la situazione prima di noi e ha trascorso gli anni che ci separano da lui tornando alla sua amata musica classica e al silenzio”. E con Pietro Barcellona, un altro comunista eterodosso, con qui stabilisce un rapporto intenso di amicizia e di scambio intellettuale anche sui terreni complicati della ricerca sull’uomo, la natura, il rapporto con l’universo. Temi e terreni di cui non puoi non sentire l’importanza e l’impatto in questa epoca delle narrazioni, dell’economia fondata sugli algoritmi della finanza e avulsa dalla condizione delle persone in carne ed ossa. Fanno apprezzare la profonda umanità di questo intruso la cui conoscenza è consigliata a quanti, e non sono pochi per fortuna, pensano e si battono perché “un altro mondo è possibile, un’altra Europa è possibile”.

È la storia della mia vita che inizia negli anni Trenta e si conclude ora con la mia decisione di mettere un punto finale al racconto. Non è un libro di Storia, ma la storia vista e vissuta attraverso i miei ricordi, esperienze, in ogni sua fase: dai ricordi di Guerra e dell’infanzia; da chierichetto a giovane comunista, all’esplosione delle nuove amicizie, la scoperta delle mie radici, gli anni della speranza nel partito e nel sindacato, la mia nuova comunità negli anni Sessanta, e le sconfitte politiche e personali con la nascita del riformismo. Poi la ricerca di altri percorsi di vita possibili con la partenza per Copenaghen. Ricomincio d’accapo, momenti di dialogo e di passione, l’America e il Vietnam. Fine di un’esperienza: quei sacchi di sabbia vicino alla finestra. Se ne parlava solo tra amici e fu così che si cementò l’amicizia e l’affetto con Federico Caffè, Pietro Barcellona e pochi altri. Un testo, il mio, costruito lungo il percorso degli affetti di una vita, e nel quale aleggia l’interrogativo: dove e quando abbiamo sbagliato e cerco di darmi delle risposte. Un altro mondo è possibile? Si certo, quello trionfante della barbarie al quale possiamo opporre solo: not in my name!”

Con queste parole di consapevolezza e passione velate di amarezza Bruno Amoroso ci comunicò la imminente pubblicazione del suo racconto biografico che rappresenta un testamento di alto valore morale.

La sua amicizia e la grazia dei suoi insegnamenti e del suo esempio mi mancheranno molto.

Bruno, ti sia lieve la terra.

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