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Il “13”: il sogno di un’Italia povera, ingenua e sognatrice


schedina-totocalcio

– di SANDRO ROAZZI-

Era il 21 gennaio 1951 e nasceva il “13” al totocalcio. Espressione che entrerà di forza nel lessico popolare di un Paese che si stava liberando a fatica della tragedia della guerra ma coltivava in cuore tante speranze. Il “13” diventò il sogno della domenica per tanti italiani che dovevano fare conti su conti per comprare un paio di scarpe od un cappotto nuovo. Figurarsi poi se di trattava di un auto o di una lambretta. Eravamo il Paese non a caso di…”Ladri di biciclette”, film famoso del neorealismo. Così si rimase ancor di più incollati alla radio, incontrastata regina della informazione anche sportiva, per spuntare uno dopo l’ altro i risultati delle partite, quell’1-X-2 che poteva far esplodere una merce rara di quei tempi, un attimo di gioia.

Cento lire la giocata minima. Nel 1946, anno di nascita del Totocalcio, la colonna era costituita da 12 partite, 30 lire per giocare. Nel 1952 arrivò anche la seconda colonna ed i primi milionari; la lunga avventura del totocalcio era ormai diventata una costante fissa della passione per il gioco, una passione “casareccia”, da… bar dove ci si accaniva in pronostici e sistemi “infallibili”. Il lunedì la valanga delle schedine finiva nei saloni dei barbieri che le usavano per ripulire i rasoi dalla schiuma. Il piccolo sogno domenicale finiva così, con un’ ultima occhiata alle partite e magari il classico sospiro: ah, se avessi messo 2…
Quell’Italia aveva un grande bisogno di speranza, in tutti i campi. Ed era un Paese che tornava ad essere giovane anche se il suo Presidente del Consiglio, De Gasperi era stato addirittura componente del Parlamento austriaco. Ma il primo baby boom del dopoguerra stava cambiando la nostra società.
il Totocalcio in realtà era nato da un idea di un giornalista, Massimo Della Pergola, radiato nel 1938 dall’ordine dei giornalisti in ossequio alle leggi fasciste sulla razza: era ebreo e fu costretto a riparare in Svizzera dove finì in un campo di lavoro ma si salvò. Della Pergola con una intuizione geniale immaginò che la schedina potesse essere il mezzo per finanziare lo sport, per “andare alle Olimpiadi, costruire stadi…” Naturalmente non fu creduto in un primo momento quando fondo’ assieme a due amici la Sisal. Due anni dopo pero’ lo Stato si impadronì del Totocalcio (decreto di Einaudi pensa un po’), che divenne fonte insostituibile per le attività del Coni, sino alla metà degli anni Novanta quando la legalizzazione delle scommesse condannò la schedina a una piuttosto rapida e definitiva agonia. Della Pergola, che continuò a fare il giornalista, ci aveva preso… Diventando al tempo stesso uno dei simboli a suo modo di quella più ampia e formidabile creatività italiana che non si limitava all’interesse personale ma guardava oltre, inventava anche per un Paese che in tal modo vedeva crescere le sue opportunità.

Quel 21 gennaio 1951 la prima partita in schedina fu Roma-Bologna, 2-2, con i giallorossi che rimontarono due… autoreti. Fu l’anno, malinconico, dell’unica retrocessione in B dei… lupi. In quella squadra giocava Tommaso Maestrelli, gran persona e bravo allenatore della Lazio scudettata agli inizi degli anni settanta. Comparivano squadre come la Triestina, la Lucchese, la Pro Patria. I giocatori del tempo mai avrebbero immaginato che un giorno i loro… nipotini avrebbero calcato un campo di calcio a suon di milioni di ingaggi. Oggi del totocalcio si è persa praticamente perfino la memoria. Si gioca ancora fino al 14 ma il suo fascino si è perduto nella miriade di nuove scommesse e fagocitato nell’interesse degli scommettitori dal Superenalotto, il nuovo demone della ricchezza in un colpo solo. Gia’ perché allora il Totocalcio regalava un rapido e irraggiungibile sogno che nel terzo millennio invece ha cambiato pelle: ora si chiama dipendenza.

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