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E Ali portò la vita nello sport

image.jpeg -di ANTONIO MAGLIE-

Oggi Muhammad Ali avrebbe compiuto 75 anni. L'ultima immagine che ho di lui risale alle Olimpiadi di Atlanta. Era il 1996 e un brivido percorse le nostre schiene sistemate in tribuna stampa. Quell'uomo tremante, provato dal fisico ma non ancora sconfitto dal Parkinson, accendendo il braciere olimpico in una caldissima e umida serata di agosto dava un tocco di nobiltà a una manifestazione preceduta da mille polemiche perché tutti pensavano che quella manifestazione toccasse per diritto ad Atene nell'anno del centenario dei Giochi voluti da De Coubertin. Invece finirono al di là dell'Atlantico, in una città nota soprattutto per essere il quartier generale di una grande azienda che produce bibite gassate, estremamente generosa con il mondo dello sport gratificato con munifiche sponsorizzazioni. Quell'uomo evocava una storia, un mondo scomparso, un mondo diviso, non solo tra Est e Ovest ma tra integrati e non integrati, tra nord ricco e sud povero, tra “paesi sviluppati” e “in via di sviluppo”.



Oggi parole come “terzomondismo” o “non allineati” non raccontano più nulla: semplici reperti archeologici di una civiltà politica finita nella stanzino delle cose vecchie, insieme alle scope in disuso. Muhammad Ali era dentro quel mondo e lo prendeva a pugni, dentro e fuori dal ring: immagine di forza fisica e di potenza contestativa. Perché quelli erano gli anni delle grandi battaglie, delle università in fiamme, dei diritti civili, di Malcom X e Martin Luther King. Erano gli anni in cui Graham Nash negli Usa cantava: “Poiché il tuo fratello è legato e imbavagliato/ e lo hanno incatenato a una sedia/ non vorresti per favore venire a Chicago, soltanto per cantare? In una terra conosciuta per la libertà come può una cosa simile essere giusta/ non vorresti venire a Chicago, per l’aiuto che possiamo portare? Noi possiamo cambiare il mondo, rimettere in ordine il mondo/ Sta morendo, per diventare migliore”.

Lui, Muhammad Ali, spalancò le porte della torre d’avorio in cui lo sport era stato imprigionato e gli atleti incontrarono la vita, quella vera e le medaglie, d’un tratto, apparvero orpelli frivoli, quasi inutili. Così dovettero, ad esempio, apparire a Tommie Smith e John Carlos. Il primo ai Giochi Olimpici di Città del Messico nel 1968 vinse la medaglia d’oro nei duecento piani; il secondo quella di bronzo. Tra di loro un australiano, Peter Norman che con la battaglia dei neri per i diritti civili non aveva nulla a che fare eppure quando salì sul podio per ricevere la medaglia si appuntò alla tuta la spilla dell’Olympic Project for Human Rights, l’organizzazione a cui aderivano i due colleghi americani, membri delle “Pantere nere”. La esibì orgogliosamente mentre suonavano gli inni, le bandiere garrivano al vento e Smith e Carlos alzavano verso il cielo il pugno guantato di nero. La vita entrava nello sport. Bagnandolo di sangue. Come quello versato pochi giorni prima del gesto dei due velocisti in una piazza di Città del Messico, piazza delle Tre Culture: una strage voluta dalle forze di polizia, trecento morti, soprattutto giovani che, come gli altri colleghi nei quattro angoli del mondo, contestavano l’autoritarismo. E il mondo appariva veramente moribondo e perciò pronto a rinascere per essere migliore.

Muhammad era spaccone, sfrontato e strafottente ma pronto a rinunciare ai privilegi per restare coerente alle sue idee che non vedevano nei vietcong dei nemici. Perse tutto e riconquistò tutto. E tutto persero anche Smith e Carlos che vennero espulsi dalla squadra americana e cacciati dal villaggio olimpico perché avevano violato la sacralità dello sport, l’obbligo a essere una entità immobile in un mondo più mobile di una centrifuga. E quando per le strade di Kinshasa si alzava l’urlo “Ali boma yé” lui picchiava duro perché Foreman non era semplicemente un avversario ma era l’emblema di un mondo diviso: da un lato i neri che si integravano, dall’altro quelli che rivendicavano il diritto a essere ciò che non erano mai stati, essere umani titolari di doveri ma anche di diritti, portatori di culture diverse ma non per questo deprecabili. La sua scomparsa ha prodotto lacrime di coccodrillo in gran quantità. Tutti si sono affrettati a esaltarlo, persino giovani leader che non lo hanno mai visto sul ring, che non lo hanno mai confuso nella loro immaginazione con quegli eroi tratteggiati da Jack London in alcuni indimenticabili e imperdibili racconti sul pugilato. Persino quelli che ieri (e ancor di più oggi) non sarebbero certo stati dalla sua parte. Il mondo di Ali è scomparso e ora è scomparso anche Ali. Il mondo è cambiato, l’America non è quella della guerra del Vietnam eppure il sogno di Luther King non è ancora diventato realtà.

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