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Quando 23 anni fa finì l’unica Repubblica “compiuta”


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-di GIULIA CLARIZIA-

Il 16 gennaio 1994, il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro sciolse le camere: fu la fine della Prima Repubblica. Un capitolo della storia italiana durato 46 anni, spesso ricordato per la sua chiusura decisamente poco onorevole, e per i problemi che hanno assillato la democrazia bloccata del nostro paese, che sembra rimanere sempre indietro.

Se è vero però che i problemi moderni hanno sempre radici nel passato, è sbagliato ugualmente proiettare nella nostra storia l’atmosfera di sfiducia in cui stiamo vivendo in questi anni. Dire che la prima repubblica è stata quella del “Mangi come un democristiano”, delle monetine del Raphael, della politica sporca, del debito pubblico, sarebbe il voler guardare solo le ombre di un periodo lungo e complesso, sul quale oltretutto, proprio per la sua durata, non è prudente generalizzare troppo.

La Prima Repubblica ha visto l’Italia risorgere dalle ceneri della guerra. Ha visto l’Italia svolgere un ruolo di primo piano nel processo di integrazione europea. Riconquistare diplomaticamente Trieste. In un decennio, l’economia italiana ha realizzato il “miracolo economico” e poi il “sorpasso”, diventando la quarta potenza economica del mondo.

Da paese prevalentemente agricolo e di emigrazione, l’Italia è diventata un paese pienamente industriale e meta di immigrazione. Gli indici di alfabetizzazione sono diventati quelli di un paese sviluppato, mentre dopo la guerra eravamo un paese fortemente analfabeta. Abbiamo conosciuto pessimi politici, di scarsa moralità, ma non ci furono solo loro.

Bisogna ricordare che i primi anni della nostra repubblica sono stati quelli degli eroi della politica, dei padri costituenti, di grandi intellettuali (basterebbe leggere l’elenco di coloro che parteciparono all’elaborazione e all’approvazione della Carta, rileggere i loro curricula e avremmo l’esatta dimensione della distanza che corre tra l’attuale qualità degli eletti e quella degli eletti di allora, com l’aggiunta, poi, della passione civile all’epoca veramente sincera), di coloro che avevano conosciuto la repressione del fascismo e la sofferenza della guerra, in patria e in esilio, e che si sono battuti per far tornare libero il nostro paese.

Se la Prima Repubblica ha visto la violenza delle manifestazioni degli anni ’70, ha visto anche l’attivismo e l’entusiasmo di giovani cittadini che, figli del benessere, potevano permettersi di combattere le battaglie della modernità, così come le classi più svantaggiate economicamente chiedevano migliori condizioni di vita e le donne lottavano per la parità dei sessi.

Dopo l’entusiasmo però, per molti è arrivata la chiusura in se stessi. Gli anni ’80, sono stati gli anni del ritorno all’individualismo, del distacco dalla politica che oggi conosciamo fin troppo bene, il riflusso, il “grande freddo” o “l’edonismo reaganiano”. Il compromesso storico era fallito, e la guida democristiana non riusciva più a rispondere alle esigenze di una società ormai troppo moderna e perciò in buona parte sconosciuta a una forza per molti aspetti anti-moderna. La soluzione data attraverso il governo del “Pentapartito”, che vide l’ascesa del leader socialista Bettino Craxi, fu l’ultimo respiro di un sistema in crisi.

Non sorprende che alla fine di questo decennio sia scoppiato lo scandalo che ha incrinato profondamente il rapporto tra l’elettorato e il sistema dei partiti, declassato la politica a sistema di convenienze e non più a scuola di virtù civiche.

Il tutto inserito in un mondo che perdeva i vecchi riferimenti attraverso la caduta dell’Unione Sovietica, la fine della guerra fredda e l’illusione del trionfo di un capitalismo democratico e dal volto umano che, al contrario, attraverso la globalizzazione selvaggia e senza regole ha progressivamente mostrato i tratti feroci di una oligarchia sovranazionale, finanziaria al potere, costruendo le premesse per nuove guerre e nuova instabilità. Da un lato, il Partito Comunista aveva perso la sua ragione d’essere, ed iniziò una transizione (incompiuta o compiuta molto male attraverso spesso la liquidazione del bambino insieme all’acqua sporca) verso una concetto di sinistra occidentale fatto più di mutamento di nomi che della sostanza. Dall’altro, la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista vennero “frullati” e cancellati attraverso “processi di piazza” in cui la condanna si basava più sul generale sentire che sui fatti reati con la conseguenza che un’intera classe politica scomparve dal giorno alla notte, in alcuni casi pagando politicamente colpe che non aveva.

L’inchiesta di “Mani Pulite”, che nella narrazione dell’attuale presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, all’epoca esponente di primo piano del Pool milanese, avrebbe dovuto rivoltare il Paese come un calzino, in realtà si esaltò in una serie di roghi pubblici, impedendo una transizione più serena e proficua verso la modernità visto che nessuno della precedente classe politica venne salvato; dato che la storia non conosce salti, non si poteva certo immaginare che dalla “tabula rasa” potesse nascere qualcosa di concreto. E, in effetti, non è nato: le seconde e terze linee hanno sostituito le prime senza essere dotate di un progetto chiaro (oltre che del talento dei “capi” a cui normalmente portavano la borsa) e concreto di “rifondazione” del Sistema Democratico Italiano. I mali che “Mani Pulite” riteneva di poter guarire a colpi di “processi in piazza” sono ancora lì tanto da indurre oggi lo stesso Davigo ad ammettere che le cose sono cambiate ma in peggio.

Il passaggio tra Prima e Seconda Repubblica non è avvenuto. Anzi, si può dire che al momento l’unica Repubblica con una sua compiutezza è stata la prima; la Seconda è rimasta più che altro uno slogan. E la distinzione lessicale più che in un cambio si senso e di passo, trova una sua giustificazione nello stravolgimento del sistema partitico repentino dopo anni di stabilità e questo ha dato la percezione di qualcosa di nuovo, di “rivoluzionario”. In realtà non c’è nessuna Seconda Repubblica, poiché non c’è stato nessun cambiamento istituzionale.

Ricordiamo oggi la fine di qualcosa che non è mai finito e lo facciamo prendendo esempio dai grandi uomini che pure abbiamo avuto, quelli che, a prescindere dalla loro bandiera politica, hanno provato onestamente a mandare avanti l’Italia, a riscattarla da una condizione di arretratezza e subalternità. Pensiamo alla lunga strada percorsa e ai traguardi che ci hanno reso un paese sviluppato. Solo con un atteggiamento costruttivo si può poi riflettere su quello che non è andato come sarebbe dovuto andare, sulle questioni irrisolte che ancora ci affliggono: la corruzione, la criminalità organizzata, la questione meridionale, la cattiva gestione delle risorse…

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1 Commento su Quando 23 anni fa finì l’unica Repubblica “compiuta”

  1. … l’evasione fiscale. Giusta analisi. Come non essere d’accordo? Aggiungerei che il bombardamento mediatico, allora, fu determinante e devastante. Cordiali saluti.

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